È il novembre del 2005. Un 70enne, dopo un intervento per un’ernia periombelicale, lascia la Moncucco di Lugano. Poco dopo ritorna in clinica, lamentando dei dolori all’addome. Un assistente di guardia lo prende in consegna, avvisa il chirurgo che lo ha operato e, seguendo le sue indicazioni, ricovera l’uomo nel reparto di medicina interna. Senza avvisare i superiori gli somministra dei sedativi, ma non inserisce la sonda gastrica. Il paziente muore.
Parte l’inchiesta, che contro il chirurgo sfocia in un decreto d’accusa per omicidio colposo. Nell’agosto del 2012 la Pretura penale accoglie la proposta del magistrato, infliggendogli una pena sospesa di 60 aliquote e una multa di 9 mila franchi. Qualche giorno fa – ma la notizia è trapelata soltanto oggi - è giunto il verdetto della Corte d’Appello. Il Tribunale di seconda istanza ha confermato la sentenza di primo grado: il medico fu negligente. Dagli esami effettuati al rientro in clinica avrebbe dovuto intravedere i campanelli d’allarme.
Di parere diverso il difensore del chirurgo, Mario Molo, secondo il quale le iniziative dell’assistente di guardia avrebbero interrotto il nesso di causalità tra le presunte omissioni del medico e la morte del paziente. Molo ha già annunciato che si rivolgerà al Tribunale federale.
Francesco Lepori






