Il paziente non sa chi c'è dietro la tuta
Il paziente non sa chi c'è dietro la tuta (reuters)

"È difficile per chi si salva"

La testimonianza di Ernestina Repetto, in prima linea contro l'epidemia di ebola

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"L’ebola colpisce spesso delle famiglie intere e il fatto che in un nucleo famigliare sopravvivano ad esempio solo due membri non è facile, perché chi rimane si porta dietro il peso di aver visto, di aver vissuto la stessa malattia di chi non ce l’ha fatta". È la testimonianza che Ernestina Repetto, infettivologa di Medici senza Frontiere al lavoro da tre settimane in un centro della ONG a Guéckédou, nel sud della Guinea, ha rilasciato alla RSI.

L’epicentro del contagio si trova tra la Sierra leone, la Liberia e la Guinea, i governi dei tre stati hanno quindi deciso di istituire un cordone sanitario perché, secondo l'Organizzazione mondiale della santità, l’epidemia si sta diffondendo velocemente nonostante gli sforzi per contenerla. Dall’inizio dell’anno i morti sono più di 700.

"Per limitare il contagio è fondamentale l’informazione e la diagnosi precoce", ha spiegato, anche perché le popolazioni locali a volte sono diffidenti nei confronti dei medici, il successo dipende quindi dalle campagne di sensibilizzazione. "Per ora non ho avuto esperienze negative, perché nei villaggi dove sono stata chiamata era già stato fatto un buon lavoro di informazione e la popolazione aveva già avuto il tempo di capire e accettare la nostra presenza".

E proprio nel rapporto medico-malato c’è un ulteriore ostacolo: la speciale tuta che i sanitari devono indossare per proteggersi dal rischio di contagio e che copre completamente il corpo, viso compreso. Uno strumento di lavoro "faticoso sia per chi la porta ma soprattutto per i pazienti che non riescono a riconoscere chi c’è dentro la tuta, bisogna quindi cercare di ottenere la fiducia del paziente con le parole, la voce e i gesti", ha concluso Ernestina Repetto.

Red.MM/Radiogiornale

 

 

 

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