Contro la dittatura del pensiero dominante

È allarme negli Stati Uniti per lo stato di salute del dibattito pubblico. “C’è un’aria che manca l’aria”, direbbe Gaber

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Dobbiamo parlare e descrivere il mondo com’è, non come lo immaginiamo”, Yascha Mounk sorprende per la sua capacità di passare agilmente dall’inglese all’italiano (“i miei avevano una casa in Toscana, spiega) e per lo sguardo acuto sullo stato di salute sulla libertà d’espressione e la democrazia negli Stati Uniti. “Ci battiamo per valori importanti, spiega, "ci battiamo contro un presidente molto pericoloso, nemico dei valori di una società democratica e liberale, ma per vincere questa battaglia dobbiamo saper dialogare e parlare in maniera onesta e seria”.

Yascha Mounk, classe 1982, insegna ad Harvard e alla Johns Hopkins University di Washington
Yascha Mounk, classe 1982, insegna ad Harvard e alla Johns Hopkins University di Washington (dal sito del politologo)

Il 38enne politologo, cattedra ad Harvard e alla John Hopkins a D.C., in tempi non sospetti aveva indicato il pericolo dei populismi e oggi addita un’altra deriva. È tra i 150 luminari che hanno firmato la una lettera aperta sulla giustizia e il dibattito pubblico. Un segnale d’allarme che non viene dal mondo conservatore ma che è condiviso da intellettuali come Noam Chomsky, Margareth Atwood, Salman Rushdie preoccupati per il clima che si respira in America e nel mondo anglosassone con una deriva intollerante di un pensiero unico. “Molti media mainstream, editori e università fanno fatica – racconta al Telegiornale RSI - a raccontare la realtà perché tra colleghi c’è pressione affinché viga una sorta di pensiero collettivo. Alcuni temi vengono evitati perché sarebbero imbarazzanti o creerebbero problemi”.

Libertà d’espressione e giustizia sociale

È esemplare di questo clima quanto accaduto al New York Times: il responsabile della pagina delle opinioni è stato allontanato dopo la pubblicazione di un fondo di un Senatore dell’Alabama che invocava l’intervento dell’esercito contro chi manifestava per la morte di George Floyd. La sua succeditrice ha dato l’addio al giornale questa settimana accusando di essere stata ostracizzata per le sue idee. “Se qualcuno su un medium che non è di destra, che non è Fox News, critica un po’ la sinistra o critica un po’ certe idee di moda tra i progressisti, vede i suoi articoli non pubblicati, criticati e corre il pericolo di perdere il suo impiego”, denuncia Mounk.

È emblematico in questo senso il dibattito sulla “cancel culture”, la cultura di chi vorrebbe ripulire il passato. Sintomatico che il confronto culturale e politico si sia irrigidito dopo il dibattito innescato dai movimenti di giustizia sociale, sulla scia di Black Lives Matter: ‘’Giustizia e libertà non sono nemici, ma sono in dialogo, ammonisce il giovane politologo. Per avere giustizia è necessaria la libertà, e viceversa. Sarebbe un errore a rinunciare a realizzarle entrambe”.

La bolla dei social media

I social media (negli USA specialmente Twitter) sono accusati di essere l’unico faro dei media: Non mi preoccupa essere criticato, spiega Mounk, non mi preoccupa se gli articoli del New York Times vengono criticati sui social media. Ma mi preoccupa se per questa ragione i direttori censurano, pur sapendo che certi fatti o opinioni sono importanti”. Nella bolla di Twitter e Facebook il rischio dei giornalisti è quello di non riuscire più a capire il paese o a raccontarlo. “Quando questa dinamica collettiva prende piede", avverte, "la sciatteria, la mancanza di curiosità e anche le bugie e le distorsioni iniziano a prendere il sopravvento. Questo è quello che è accaduto alla destra politica americana che oggi si vede costretta a piegare la realtà per non andare contro Trump, ma temo che anche la sinistra stia prendendo questa piega”.

E a novembre si vota

A rischio non c’è solo la qualità del giornalismo o dell’istruzione, bensì la democrazia. Il mio timore – conclude Mounk - è che questa ortodossia che oggi domina i quotidiani, le riviste e le università negli Stati Uniti prenda il controllo del partito democratico, e non siamo lontani, e questo sarebbe un enorme regalo a Donald Trump”. L’ortodossia del pensiero unico è altrettanto “pericolosa per una democrazia liberale”, chiosa il politologo che da qualche giorno ha aperto una piattaforma chiamata Persuasion per cercare di ricreare un luogo di dialogo aperto. Quasi un manifesto in questi tempi in cui cadono le statue e sembrano rialzarsi steccati.

Massimiliano Herber

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