Licio Gelli, incarcerato in Svizzera, evase da Champ Dollon nel 1983 (keystone)

"Gelli mandante della strage"

La tesi degli inquirenti bolognesi: dai conti svizzeri del "venerabile" partirono i soldi per finanziare gli esecutori

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È un anniversario diverso quello che si celebra quest’anno a Bologna, in ricordo della strage che 40 anni fa, alla stazione, fece 85 morti e 200 feriti. Al di là dei rituali attorno ai quali la città si raccoglie per mantenere viva la memoria di quanto accadde quel 2 agosto 1980, quest’anno c’è la consapevolezza che un passo in più verso la verità è stato fatto.

Nei giorni scorsi, infatti, la procura generale di Bologna ha concluso un’inchiesta che mirava a fare luce su un punto tanto decisivo quanto oscuro: chi fu la mente della strage? Chi ordinò di mettere una bomba nella sala d’aspetto nella stazione della città emiliana? E, di conseguenza, perché?

L’inchiesta - che è stata riaperta nel 2017 e ha coinvolto anche la Svizzera - ha permesso di individuare quattro nomi: Licio Gelli e Umberto Ortolani (“mandanti-finanziatori”), Federico Umberto D'Amato (“mandante-organizzatore”) e Mario Tedeschi (“organizzatore”). Tutti e quattro sono morti e non potrà mai esserci un processo, né una sentenza di condanna o di assoluzione.

Le indagini sono ruotate attorno a un documento sequestrato dalle autorità svizzere a Gelli mentre veniva arrestato a Ginevra nel 1982. Proprio questo foglietto, che riportava l'intestazione “Bologna - 525779 - X.S.” con il numero di un conto corrente aperto alla UBS della città sul Lemano, assieme ad altre prove, ha permesso agli inquirenti di ricollegare il “venerabile” della loggia massonica P2 agli esecutori della strage.

Come? Seguendo i flussi di denaro. Circa cinque milioni di dollari - il presunto prezzo della strage - partiti da conti elvetici riconducibili a Gelli e al suo braccio destro Ortolani, e arrivati ai Nuclei armati rivoluzionari (NAR), un gruppo terroristico di ispirazione neofascista a cui appartenevano tre degli esecutori già condannati in via definitiva (Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini) più un quarto (Gilberto Cavallini) condannato in primo grado.

La collaborazione tra le autorità italiane e quelle svizzere è avvenuta nel massimo riserbo, ma l’Ufficio federale di giustizia, interpellato dalla RSI, ha fatto sapere che tra il 2018 e il 2019 la procura generale di Bologna “ha presentato una decina di commissioni rogatorie” e che le richieste degli inquirenti italiani sono state in gran parte soddisfatte.

 
eb/ansa
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