Hubei, 60 milioni "ai domiciliari"

Pechino ordina: "State in casa". Xi sapeva del coronavirus dal 7 gennaio. Polemiche sui ritardi nel denunciare la gravità della situazione. In Cina più di 1'700 morti

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Le autorità cinesi hanno vietato di uscire di casa (salvo emergenze) a 60 milioni di persone dell'Hubei, la provincia epicentro dell'epidemia, nel tentativo di arginare il contagio da coronavirus che ha già ucciso solo nel Paese più di 1'700 persone. Solo una persona per famiglia sarà autorizzata, ogni tre giorni, ad uscire per fare la spesa. Vietato anche usare le auto private.

La nuova misura drammatica e senza precedenti per contenere il contagio è maturata a poche ore dall'affermazione di Pechino secondo cui il presidente Xi Jinping era a conoscenza dell'emergenza coronavirus dal 7 gennaio. Lo disse lo stesso Xi Jinping in un discorso del 3 febbraio, pubblicato ora da Qiushi ("Cercare la verità"), la più importante rivista del Partito comunista. Tutto questo, però, a dispetto di un primo intervento ufficiale di Xi Jinping di 13 giorni dopo, il 20 gennaio, quando fu chiaro il livello dell'epidemia e una sua direttiva sollecitò i comitati del Partito comunista e i Governi di ogni livello "ad adottare misure adeguate per frenare la diffusione dell'epidemia".

La mossa della "bibbia" del Partito, a sorpresa, sembra più dettata dall'esigenza di rispondere alle critiche (verso Xi e i vertici cinesi) di aver sottovalutato la situazione, ma rischia di alimentare le polemiche sui ritardi di Pechino nella denuncia della gravità anche con la comunità internazionale.

Occorre ricordare che, ufficialmente, il primo caso di virus misterioso venne scoperto a Wuhan i primi di dicembre, ma la Cina tacque per settimane.

L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) fu informata dalla Cina, per la prima volta, solo il 31 dicembre di una "polmonite di origine sconosciuta" rilevata a Wuhan, città del focolaio. Il 18 gennaio gli epidemiologi dell'Imperial College di Londra stimarono non meno di 1'700 contagi. Secondo un modello statistico: le basi per l'ammissione della crisi.

"L'epidemia di coronavirus ha rivelato il marcio profondo della governance cinese", ha tuonato di recente Xu Zhangrun, professore di diritto della Tsinghua University, in un saggio postato online e subito bandito dalla censura, di cui ha dato conto il New York Times. "Il livello dell'ira popolare è vulcanica e la gente infuriata potrebbe, alla fine anche gettare via le paure", ha aggiunto Xu che, consapevole di andare verso nuove punizioni, ha detto "di non poter più restare in silenzio".

Quella di Xu è stata la contestazione aperta di un accademico spesso critico, ma la prova della rabbia montante è esplosa su internet per la morte, dopo il contagio letale, di Lin Wenliang, il medico eroe di 34 anni che per primo lanciò inascoltato l'allarme su un virus simile alla Sars, venendo anche redarguito dalle autorità prima della tardiva riabilitazione.

La sua morte ha messo in crisi la fiducia nei confronti della Cina di Xi, al potere dal 2012 e diventato il leader più potente dai tempi di Mao Zedong, tanto da cancellare i limiti di mandato presidenziali.

Intanto la nave da crociera Diamond Princess, bloccata nel porto giapponese di Yokohama da 11 giorni, è diventata un luogo infernale. Il numero dei contagi è salito a 355 persone sulla nave, messa in quarantena dalle autorità di Tokyo il 5 febbraio dopo che un ex passeggero è risultato positivo al virus. Settanta i nuovi casi registrati soltanto nell'ultima giornata. In particolare quaranta dei 400 americani che sono stati evacuati dalla nave risultano contagiati dal nuovo coronavirus.

ATS/M. Ang
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