Tutta la Spagna era un carcere

Intervista a Nicolás Sánchez Albornoz scappato dal campo di lavori forzati della Valle dei Caduti

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La vita di Nicolás Sánchez Albornoz (Madrid 1926) è un susseguirsi di colpi di scena che lo storico sgrana con la tranquillità di chi ha vissuto intensamente.

Imprigionato dal regime franchista per aver creato un'organizzazione studentesca e aver scritto su un muro "viva l'università libera", il ventenne Albonoz è destinato ai lavori forzati nel cantiere della Valle de los caídos, oggi divenuto il mausoleo di Franco.

Ben presto decide di scappare assieme all'amico Manuel Lamana grazie all'aiuto di due giovanissime americane, Barbara Mailer - sorella dello scrittore Norman - e Barbara Probst Solomon, contattate tramite amici dell'università. Arrivate da Parigi sulla macchina del premio Pulitzer americano con documenti falsi e abiti nuovi, i quattro riuscirono a burlare la polizia in modo rocambolesco, come racconteranno un libro e un film (Los años bárbaros).

 

Si apre per Albornoz un esilio più lungo quanto sperato, prima in Argentina, dove raggiunge il padre -presidente della Repubblica spagnola in esilio- poi a New York. Dopo la morte di Franco la tv trasmetterà il suo rientro in patria assieme al padre, anni dopo diventerà invece il primo direttore dell'Istituto Cervantes spagnolo.

Lo abbiamo incontrato a Madrid per ripassare con lui quasi un secolo di storia spagnola, che non si è ancora chiusa come vorrebbe: i resti di Franco dovrebbero essere rimossi - ci dice - dal mausoleo che il dittatore fece costruire fuori Madrid anche da prigionieri politici la cui presenza oggi è un'anomalia in Europa.

È lo stesso dal quale Sánchez Albornoz scappò settant'anni fa e nel quale non è mai voluto tornare.

Davide Mattei

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