Dal DOP al bit

Un viaggio nel mondo delle denominazioni di origine protette. Dal formaggio d’Alpe ticinese alla mozzarella di bufala campana, passando per la… blockchain

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DOP, IGP, Montagna… Le etichette di qualità sono riconoscimenti assegnati a cibi, prodotti agricoli o vini che devono le proprie caratteristiche uniche al territorio di appartenenza e a una lavorazione particolare.

Tra tutte le etichette la DOP (Denominazione di origine protetta) è quella dai requisiti più stringenti e quella che offre maggiori garanzie al consumatore. In Svizzera 22 prodotti si fregiano dell’etichetta DOP (qui un elenco completo) e spaziano dai distillati come la Damassine al pane di segale vallesano, ma a farla da padrone è il formaggio.

Dal 2011 a livello continentale - grazie all’allegato 12 dell’accordo agricolo - la Svizzera e l’Unione Europea si impegnano a proteggere le rispettive denominazioni. Tanti infatti sono gli abusi, sia in fase di produzione che di commercializzazione.

Per contrastarli esistono già delle figure e degli organismi di controllo, ma si sta facendo sempre più strada l’impiego della tecnologia blockchain.

 

Se il tema vi incuriosisce, da questa sera vi proporremo un viaggio tra gusto e tecnologia:

·  Giovedì 21 marzo ore 18, Cronache della Svizzera italiana: "Il sistema dei controlli e il futuro della blockchain agroalimentare ticinese"

CSI 18.00 del 21.03.2019 - Dal DOP al bit, di Alessandro Chiara e Dario Lanfranconi
CSI 18.00 del 21.03.2019 - Dal DOP al bit, di Alessandro Chiara e Dario Lanfranconi

·  Giovedì 21 marzo ore 19. Il Quotidiano: “Viaggio all’interno dell’unica DOP ticinese, il formaggio d'Alpe”

Un formaggio speciale

Un formaggio speciale

Il Quotidiano di giovedì 21.03.2019

·  Giovedì 21 marzo ore 20, Telegiornale: "Come migliorare i controlli nella filiera agroalimentare"

Dal DOP al bit

Dal DOP al bit

TG 20 di giovedì 21.03.2019

·  Venerdì 22 marzo ore 20, Telegiornale: “La prima mozzarella di bufala DOP al mondo certificata blockchain”

 

Che cos’è la blockchain?

Una domanda che sorge spontanea ogni volta che si parla di questa tecnologia di difficile comprensione ai non addetti ai lavori. Per capire che cos’è la blockchain bisogna pensare a una rete globale di computer che garantisce la sicurezza dei dati che sono stati inseriti precedentemente in un registro, siano essi criptovalute, informazioni o altri dati. Una sorta di internet fatta di nodi, i computer appunto, che esclude un controllo centrale ma che grazie al loro numero e a complesse procedure di crittografazione certifica i dati immessi, rendendoli inalterabili, immodificabili e perciò immuni da corruzione. Per modificarli, infatti, si dovrebbe farlo su almeno il 50%+1 dei computer (decine di migliaia) sui quali sono stati immessi; computer appartenenti a persone o aziende che tra loro non si conoscono.

(L'esempio della distribuzione dei nodi di bitcoin. Fonte: bitnewsbot.com)

Ancora più semplice è immaginare l’utilizzo reale che un utente finale ne potrebbe fare, e in questo caso torna utile il tema affrontato: la blockchain nel settore agroalimentare. Immaginate quindi di comprare una bottiglia di vino, sulla sua etichetta è riportato un codice (QR, a barre) che scannerizzate con il vostro smartphone, che prontamente vi porterà a una pagina web contenente tutte le informazioni relative a quella esclusiva bottiglia: su che terreno è stata coltivata l’uva, con che densità, quando e quali trattamenti fitosanitari ha subito, con quale grado zuccherino è maturata, che giorno è stata raccolta e vinificata e per quanto e in cosa è stato affinato il vino. Ecco, tutte queste informazioni sono state precedente immesse nel registro digitale detto appunto blockchain da chi si è occupato dei singoli passaggi. Il controllo dei processi produttivi diventa così completamente trasparente e sicuro (immodificabilità dei dati), a tutela dei consumatori, dei produttori e degli organi di controllo.

Alessandro Chiara e Dario Lanfranconi

 

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