(©Laura Filios)

Il Nord non finisce a Milano

Gli intrecci tra malavita e mondo del cibo stanno diventando sempre più stretti e anche il Ticino vi si trova coinvolto

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«Stiamo con gli occhi ben aperti, perché l'infiltrazione (della criminalità organizzata, ndr) c'è, è presente, ed è stata documentata con delle sentenze, che sono anche diventate definitive. E quindi dobbiamo stare attenti, noi e secondo me anche le autorità elvetiche». A lanciare l'allarme è Alessandra Dolci, coordinatrice della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) della Procura di Milano, poco prima di intervenire all’incontro su “Mafia e ristorazione”, organizzato dal critico gastronomico del Corriere della Sera Valerio M. Visintin. Un appuntamento alla Libreria Open di Milano, che rientra nel programma di Doof (il contrario di Food), format di controtendenza sul mondo del cibo, avviato un anno fa dallo stesso Visintin, con Samanta Cornaviera e a Aldo Palaoro. Il richiamo alle forze dell'ordine svizzere non riguarda solo una questione di mero riciclaggio di denaro sporco, ma, come ha dichiarato la dottoressa Dolci a RSI, perché «alcuni dei soggetti indagati dalla DDA si sono trasferiti in Svizzera, hanno chiesto la residenza in territorio elvetico».

Italia, una situazione preoccupante

Quello dell'intreccio tra la malavita e il mondo del cibo, è forse un argomento con meno appeal rispetto alla narrativa di tendenza, ma che di certo va a toccare un nervo scoperto di quello stesso universo, che ognuno di noi, involontariamente, rischia di alimentare. A quanto pare, infatti, in Italia, il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5 mila locali. A dare i numeri, in un rapporto pubblicato nel 2017, sono Coldiretti, Eurispes e l'Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Ma, «secondo fonti non ufficiali – sostiene Visintin – la realtà è ancora più preoccupante di quanto non appaia», visto che, specialmente nelle grandi città, ben «un ristorante su cinque avrebbe rapporti più o meno stretti, più o meno volontari con la malavita organizzata», dalla camorra alla 'ndrangheta, fino alla mafia.

Il ruolo della Svizzera

Proprio lo scorso gennaio, la Svizzera è stata lambita «da una delle più importanti inchieste antimafia degli ultimi 23 anni», l'operazione Stige, che ha portato all'arresto di 169 persone tra Italia e Germania. A definirla così il Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, che ne è stato il coordinatore. Da alcune intercettazioni è, infatti, emerso come la 'ndrangheta abbia cercato di piazzare proprio in Svizzera alcuni prodotti della filiera “mafiosa”. La portavoce di Fedpol, Anne-Florence Débois, interpellata da RSI a riguardo, a febbraio aveva dichiarato che «in generale si sa che la ristorazione è un ambito strategico per la mafia. In Svizzera però ci sono solo casi isolati, la portata del fenomeno non è conosciuta» (vd correlati).

C'è un nord più a nord: si chiama Ticino

Nel capoluogo lombardo, per esempio, «ci sono quasi più coperti nei ristoranti che non abitanti. Non è mai stato così, ma da qualche anno è sempre peggio», sostiene Visintin. E a quanto pare la Svizzera non sembra estranea al fenomeno, non tanto o non solo come piazza dove ripulire i soldi, ma come cassaforte da cui farli uscire per rimetterli in circolazione. Niente di nuovo sotto il sole delle dogane. Come fa notare Alessandro Galimberti, presidente dell'Ordine dei Giornalisti, «quando si parla di flussi di capitale che da sud salgono verso nord, il nord non si finisce a Milano. C'è una cassaforte a nord di Milano e del confine di Como-Chiasso che è il Canton Ticino».

Laura Filios - Laura Fazzini

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