Il museo dei cacciatori di neon

La Varsavia comunista nelle scritte luminose di una città che non c'è più. Il prossimo passo? Neon da tutti i Paesi dell'Est post comunista

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David Hill e Ilona Karwińska, lui designer inglese, lei fotografa polacca, sono cacciatori di neon. Da anni salvano dall’abbandono le tante insegne luminose che illuminarono la Varsavia comunista. Dopo il crollo del regime i neon della capitale polacca furono infatti spenti o dismessi. Reliquie inadatte al capitalismo: così vennero considerati. 

I neon salvati da David e Ilona, partner nel lavoro e nella vita, sono esposti al Neon Muzeum. In apparenza: un posto divertente e “instagrammabile”. In realtà: un prezioso concentrato di Storia. I neon della Varsavia comunista, comparsi a partire dalla metà degli anni Cinquanta, sono opere d’arte realizzate da architetti e designer che diedero luce a una città cupa, ancora in ricostruzione dopo l’annientamento della guerra e appena uscita dallo stalinismo.

Non erano neon pubblicitari. Non reclamizzavano imprese private: del resto non ce n’erano. Le loro scritte dicevano semplicemente “panetteria”, “latteria”, “giornali”. I neon sono romantici e amari al tempo stesso. Ricordano una Varsavia che non c’è più, ma anche una città dove si viveva di ristrettezze. «Via Puławska, per esempio, era piena di negozi, un susseguirsi di neon. Ma dentro non c’era merce» ricorda Ilona Karwińska.

Matteo Tacconi

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