La distruzione umana che avanza

Gli aironi, gli ibis e le cicogne sono tornati a Punte Alberete, ma l'oasi della palude nel ravennate sta morendo per... soffocamento

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Se questo articolo fosse stato scritto nel 1980 incomincerebbe a parlare dell'Oasi di Punte Alberete e Valle della Canna raccontando delle decine di specie animali e vegetali uniche che si possono trovare in una palude nascosta a due passi dai lidi ravennati, ma siamo nel 2019 e l'elenco deve riguardare invece gli esemplari che non ci sono più, in molti casi proprio quelli che rendevano così importante questo luogo.

I cambiamenti climatici, l'utilizzo delle risorse naturali a scopi produttivi e il venire meno delle cure necessarie alla sopravvivenza di una delle ultime zone umide ad acqua dolce del nord Italia, sono le cause generali di quella che la comunità scientifica locale ha unanimemente definito come una grave perdita di biodiversità. Nel particolare, bisogna tenere conto del fatto che «Le Punte», così come le chiamano gli abitué del birdwatching, devono convivere con la vicinanza di una città di medie dimensioni, un grande polo petrolchimico, un porto commerciale particolarmente vivace e una filiera agricola basata sulla frutta e quindi sull'irrigazione. Attività umane che nutrono e danno lavoro ad altri umani, ma che al tempo stesso pesano sul bilancio dell'ecosistema.

La sconfitta della moretta tabaccata

Giorgio Lazzari, chimico e naturalista del WWF, ha speso il proprio tempo libero degli ultimi cinquant'anni lavorando alla manutenzione di un'area che comprende il bosco allagato e la palude vera e propria, classificando piante e animali, lottando con le carte bollate per mantenere la protezione statale sulla riserva. Oggi, parla della missione di preservare il luogo come di una «sconfitta» e racconta un aneddoto che faccia da esempio per tutto il fenomeno di degrado: «La moretta tabaccata era uno degli uccelli più rappresentativi delle Punte. Nidifica sulle ninfee, ma un'invasione di nutrie, che mangiano anche queste piante, l'ha costretta a spostarsi».

Le nutrie sono state portate dal Brasile nella prima metà del Novecento per farne le cosiddette pellicce di castorino. Finito l'entusiasmo per questo indumento, sono state liberate in un ambiente in cui non hanno trovato alcun predatore in grado di affrontarne gli incisivi e la stazza, e si sono riprodotte a ritmi da roditore. Storia simile è quella del gambero rosso della Lousiana, che non scava tunnel come le nutrie, ma è carnivoro, oppure i pesci gatto giganti, detti siluri e le tartarughine da appartamento con i lobi rossi, particolarmente voraci quando, ormai troppo grandi, vengono liberate negli specchi d'acqua.

La globalizzazione faunistica

Si chiama globalizzazione faunistica, la portano avanti gli umani e la pagano gli animali. A questo, va aggiunto il fatto che piove meno, fa più caldo, dal sottosuolo sono stati estratti grandi quantità d'acqua e gas, che hanno abbassato il livello del terreno e fatto entrare l'acqua salata, mentre l'acqua nuova in ingresso all'Oasi dai fiumi circostanti è torbida e invivibile per i microorganismi necessari a tutta la catena alimentare.

Sono gli effetti del riscaldamento globale che cominciano a manifestarsi anche in Europa e non solamente con le belle giornate fuori stagione. Eppure, visitare Le Punte oggi, trovarle imbruttite, impoverite, non rattrista, esalta: gli aironi, gli ibis e le cicogne hanno volato per diecimila chilometri dall'Africa. Hanno deposto le uova e i loro piccoli ora vedono per la prima volta il mondo dal nido, più precisamente, il mondo che decideremo di lasciare a loro e a tutti noi.

Filippo Fiorini

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