Lo Yemen, il Covid-19 e la guerra

Storia di Taha al-Jalal, yemenita che ha ottenuto l'asilo in Italia e che, da youtuber, spiega ai suoi connazionali come affrontare la pandemia

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“È la guerra”. Quante volte il linguaggio bellico è stato evocato, da quando l’epidemia da Covid-19 si è diffusa in Europa? Moltissime. I primi ad utilizzarlo sono stati i leader e i presidenti europei, primo fra tutti il presidente francese Emmanuel Macron. Questo linguaggio bellico si porta dietro, come un armamentario ingombrante, molte altre metafore: così le terapie intensive sono diventate “la prima linea”, i reparti di malattie infettive “le retrovie”,  i medici “gli eroi” e le infermiere “gli angeli”. Ma sempre l'uso dello stesso linguaggio ha avuto, tra i primi effetti, anche l’assalto ai beni primari nei supermercati e, tra le conseguenze successive, un clima di caccia al vicino che corre nel parco o conduce il cane a passeggio.

Seppure alcune criticità di una pandemia siano molto simili a una guerra (il numero elevato di morti, l’enorme sforzo del personale sanitario, l’incertezza economica e la limitazione di movimento) molte altre non lo sono affatto. Lo spiega agli italiani con il suo canale YouTube Jalaltv, Taha al-Jalal, un giovane yemenita che vive in Italia. Dopo essere fuggito alla guerra, avere richiesto l’asilo e avere subìto tre chirurgie per tumore al cervello, Taha spiega perché questa – per quanto difficile soprattutto per le persone immuno-depresse e le famiglie colpite da Covid – non è la peggiore delle crisi possibili.

Laura Silvia Battaglia

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