Ulan Bator, la città doppia

La Mongolia, a cavallo tra globalizzazione e nomadismo, vede i suoi cittadini - in teoria liberi di andare dove vogliono - bloccati fuori città

Ultima tappa del nostro viaggio tra popoli e tribù poco conosciute. Dopo i falasha in Etiopia, i Karen della Thailandia, gli Shipibo-Conibo del Perù, i Bektashi d'Albania eccoci arrivare nel cuore della Mongolia che, per certi versi, per incontrare un popolo che racchiude in sé l'andamento della storia di tutti i popoli  della terra, perennemente in altalena tra potere e sudditanza.

Le migrazioni della discordia

“Abbiamo deciso di restringere l'immigrazione in città fino al 1 gennaio 2020”. Batbayasgalan Jantsan è il vice governatore di Ulan Bator, la capitale della Mongolia. Ha le idee chiare su che cosa stia frenando lo sviluppo della “sua” città. “Ci sono 220mila famiglie che vivono nelle ger [le tende coniche dei mongoli, ndr] e in case costruite da loro stessi. Si sono inurbati al ritmo di 45mila l'anno, con picchi di 65mila, e si sono ammassati alla periferia della città. Hanno prodotto inquinamento del suolo, dell'aria e altri problemi. Le forniture idriche stanno migliorando e vorremmo connettere questa gente all'acquedotto, ma non basta comunque per quelle 800mila persone che vivono nella baraccopoli”.

 

Ulan Bator è due città. C'è la capitale moderna e la favela che la accerchia. È un po' la metafora di tutta la Mongolia, a cavallo tra globalizzazione e nomadismo. La costituzione dice che ognuno può andare dove gli pare, ma le autorità vogliono fermare la migrazione. Le nuove regole stabiliscono che potrà trasferirsi in città solo chi ha problemi di salute e deve curarsi nella capitale, chi ha comprato un appartamento “vero” e chi lavora nell'amministrazione pubblica. “Bisogna proteggere il diritto dei residenti di vivere in un ambiente sano”, dice il vice governatore. Ma sarà difficile controllare tutti quelli che sono attratti dalla vita urbana o che perdono gli animali nello zud, l'improvvisa ondata di gelo invernale, e puntano alla città come risorsa estrema.

I Verdi, vorrebbero una città inclusiva. Dato che ogni mongolo ha diritto a 700 metri quadri di suolo, il loro presidente, Olzod Boum-Yalagch, propone di installare pannelli solari su quei terreni e di far produrre energia pulita agli stessi abitanti delle baraccopoli. Per loro stessi e per la rete pubblica. Ma le autorità non sono intenzionate a prendere in considerazione soluzioni che si discostino troppo dal progetto di città che già hanno in mente: “Prima bisogna migliorare la vita dei residenti”, dice Batbayasgalan Jantsan, che non considera tali i nuovi inurbati. Bisogna fare selezione all'ingresso e dare migliori servizi a quelli che in città ci restano. “Poi potremo lavorare anche sull'efficienza".

Gabriele Battaglia

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