Il troppo stroppia (ProJuventute)

Pure i bimbi in burnout

Un terzo degli allievi soffre di ansia, insonnia, mal di pancia o di testa, stanchezza o depressione. Cosa fare? Intervista al pediatra Remo Largo

Un terzo degli allievi delle scuole svizzere soffre di sintomi tipici della sindrome da burnout: ansia, insonnia, mal di pancia o di testa, stanchezza, depressione. Le conseguenze dello stress non colpiscono quindi solo gli adulti, ma sempre più anche bimbi e adolescenti.

A lanciar l'allarme sull’evoluzione della situazione non sono solo i pediatri, ma anche Pro Juventute. L'associazione che da anni registra un aumento dei ragazzi che si rivolgono al numero di aiuto anonimo (il 147) ha realizzato anche un sito espressamente dedicato allo stress nell'infanzia stress.projuventute.ch. Stando poi alle statistiche dell'Organizzazione mondiale della sanità, nella Confederazione un bimbo su tre si sente sotto pressione.

Sempre peggio

"Non è un fenomeno nuovo, ma la situazione continua a peggiorare", spiega alla RSI il pediatra Remo Largo, molto noto nella Svizzera tedesca per le sue prese di posizione pubbliche e tramite le opere dedicate all’infanzia. Dall'ultima crisi finanziaria del 2008 ci sono più genitori che soffrono di paure esistenziali, che temono di perdere il posto di lavoro, e tutto ciò si ripercuote anche sui figli.

"Spesso si obbligano i ragazzi a muoversi al di sopra delle loro capacità"

Alla situazione determinata dal cambiamento del contesto socio-economico, per i più giovani si aggiungono le pressioni legate alla loro riuscita scolastica. "Non si accetta il fatto che non tutti i bambini riescono a gestire allo stesso modo lo stress. Ci sono quelli che non fanno fatica a raggiungere le prestazioni, altri però non ce la fanno. E' un’illusione pensare che tutti possano riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati", sottolinea il pediatra che invita a tenere maggiormente conto delle differenze di sviluppo.

Remo Largo
Remo Largo (Keystone)

Purtroppo non si tiene conto delle diversità

"Ciascun bambino - spiega - ha il proprio potenziale, che varia fortemente da individuo a individuo. C'è chi impara a leggere da solo già a 3 o 4 anni, altri invece solo a 12 anni. Bisognerebbe tener conto di queste diversità, ma non è purtroppo così. I bimbi devono seguire un'infinità di terapie, per curare ad esempio la legastenia o la discalculia. Da tempo è in atto una sorta di processo di "ottimizzazione", che non sempre dà i risultati sperati. In molti casi non ci si rende conto che si obbligano i ragazzi a muoversi al di sopra delle loro capacità".

Lasciate che siano bambini

Le conseguenze sono spesso negative, come ansia da rendimento e altri sintomi legati a un processo stressogeno. "Se si pretende di più aumenta anche il numero dei cosiddetti "falliti" a scuola. Ci son sempre più adolescenti che, una volta terminato il ciclo dell'obbligo, se ne stanno a casa e si rifiutano di continuare la loro formazione o di lavorare", sottolinea il pediatra che ai genitori e agli insegnanti raccomanda: lasciate che i bimbi possano esser bimbi.

Meno pressione, più tempo libero

In altre parole: meno pressione e più tempo libero. "Per anni a scuola vien detto ai ragazzi quello che devono fare. Non c'è dunque da meravigliarsi se poi da adulti, all'università o durante l'apprendistato non sono particolarmente creativi, come afferma spesso il mondo economico. Per lo sviluppo della creatività e di molte competenze è fondamentale che i bimbi abbiano più momenti liberi gestiti da loro stessi", conclude Remo Largo.

Il tempo per cambiare le cose c'è ancora. Lui stesso, ormai arrivato a 75 anni, è esempio di riuscita, nonostante un avvio di percorso non proprio felice. Si è laureato in medicina, è arrivato alla direzione del dipartimento "Crescita e sviluppo" dell'ospedale universitario di Zurigo e all'ottenimento di svariati premi prestigiosi, dopo, come ha raccontato, aver vissuto malissimo la scuola primaria dove ha imparato poco o nulla a causa di un maestro sovraccaricato e violento.

Diem/Anna Maria Nunzi
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