Cassis a Bellinzona (©Tipress)

Velate minacce cinesi

Le dichiarazioni di Ignazio Cassis non sono passate inosservate a Pechino. L’analisi dell’esperto Ralph Weber

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Il ministro degli esteri svizzero in un’intervista al Sonntagsblick ha accennato a un cambio di atteggiamento nei rapporti con la Cina, suggerendo di dare più peso a diritti umani e un po'meno agli interessi economici.

Ralph Weber, professore all'università di Basilea ed esperto di relazioni svizzero-cinesi, che reazioni hanno suscitate queste parole in Cina?
"Dichiarazioni simili, di Consiglieri federali, vengono seguite con attenzione. Il portavoce del ministero degli esteri cinesi ha dato una risposta esplicita, dicendo: spetta al popolo cinese giudicare eventuali violazioni interne ai diritti umani. E poi ha aggiunto una piccola minaccia, dicendo che la Svizzera vuole certamente mantenere gli ottimi rapporti economici attuali e rispettare le norme delle relazioni internazionali. Una frase che vuol dire: state attenti a quel che dite nelle interviste".

Ma le dichiarazioni di Ignazio Cassis rappresentano davvero un cambio di rotta?
"Le dichiarazioni del consigliere federale Cassis sono da mettere nel contesto della nuova strategia nei confronti della Cina che il suo dipartimento sta elaborando, le consultazioni sono in corso. Quanto sta succedendo a Hong-Kong, così come le pubblicazioni sulle repressioni sugli uiguri, non possono lasciare indifferente il governo svizzero. Le frasi di Ignazio Cassis rappresentano quindi una piccola rottura, perché negli ultimi 20 anni - malgrado vi sia stato un cosiddetto “dialogo sui diritti umani” - gli interessi economici sono sempre stati prioritari".

Cosa vuol dire concretamente invertire la priorità, tra interessi commerciali e difesa dei diritti umani? Cosa si dovrebbe fare in più e cosa non si potrebbe più fare?
"Non sono percorribili opzioni radicali, quindi che escludono o puntano esclusivamente sui diritti umani. Va cercata una via per portare la Cina sulla via dei diritti umani, e questo può funzionare soltanto alleandosi ad altri partner, come l'Unione europea. Evidentemente per alcuni settori economici svizzeri potrà diventare più difficile giustificare nei confronti dell'opinione pubblica la loro presenza in Cina".

Quali le potenziali conseguenze sull'accordo di libero scambio firmato da Berna, uno dei primi al mondo con la Cina?
"Questo è un punto molto interessante. Abbiamo visto in passato cosa può succedere a chi rompe i rapporti con la Cina. Penso alla Norvegia: dopo l'attribuzione del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo per anni è stata messa all'angolo, per poi firmare un accordo di normalizzazione dei rapporti molto favorevole a Pechino. Oggi però sono molti i paesi che esprimono critiche nei confronti del governo cinese, quindi non è più così facile per la Cina punire in questo modo un singolo paese".

Ma davvero la Cina ha assunto un atteggiamento più aggressivo, che l'Occidente deve temere?
"Sì. Non è necessario fare speculazioni, basta leggere i documenti ufficiali. Già dal 2007 la Cina vuole ridefinire gli equilibri mondiali, Xi Jinping ha poi dato un'accelerazione a questa politica più aggressiva. La reazione dei paesi occidentali è giustificata, e non giunge troppo presto, anzi, è piuttosto tardiva".

Alan Crameri
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