L'indagine degli inquirenti lombardi è durata oltre un anno (ANSA)

Mafia in Liguria, sponda a Lugano

Un promotore finanziario milanese vicino al presunto 'ndranghetista dei Resort si affidava a uno studio luganese per "attività di riciclaggio"

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Nell’indagine che martedì ha scoperchiato i legami della ‘ndrangheta con alcuni hotel della Liguria, spunta anche un capitale depositato a Lugano. Si parla di un patrimonio di 30 milioni di euro gestito da uno studio di Piazza Cioccaro e di proprietà di un imprenditore brianzolo. Imprenditore poi finito nel mirino di un presunto esponente della criminalità calabrese, arrestato martedì dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano.

Secondo quanto si legge sulle carte che la RSI ha potuto consultare, nel 2018 questo denaro doveva essere impiegato in “un’attività di riciclaggio” che prevedeva lo spostamento di soldi dalla Svizzera a Dubai. Il regista di questa operazione era un promotore finanziario milanese (anche lui arrestato) molto vicino al presunto ‘ndranghetista, e con un aggancio nello studio di Lugano, attraverso il quale aveva architettato lo spostamento del patrimonio dell’imprenditore per evitare le nuove normative sulla trasparenza bancaria entrate in vigore nella Confederazione.

Questi milioni, scrivono gli inquirenti, “poi in parte o in tutto sarebbero rientrati in Italia sotto forma di denaro contante, gioielli, oro o altri preziosi”. Ma non tutto è andato secondo i piani e il rapporto tra l’imprenditore e il promotore finanziario si è logorato nel giro di poco tempo, anche per via della parcella del professionista luganese, ritenuta troppo "esosa". A quel punto, per regolare i conti, a fianco del consulente milanese sarebbe intervenuto il presunto ‘ndranghetista, figlio del boss della “locale” di Desio. Lo stesso che viene citato nelle cronache italiane per aver preso il controllo dell'Hotel del Golfo di Finale Ligure.

In questo caso, l’uomo avrebbe organizzato una spedizione punitiva ai danni del figlio dell’imprenditore, indicando ai suoi complici “come sarebbe dovuto avvenire l’agguato”, ma anche “quanta violenza adoperare e da quanti uomini doveva comporsi il commando (almeno tre persone)” in modo che la spedizione fosse “lesiva ma non omicida”, si legge nell’ordinanza.

Al 52enne, finito in manette martedì, gli inquirenti contestano una serie di reati, tra cui l’estorsione aggravata dal metodo mafioso.

eb/mp
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