Knuchel e la sorella con il costume di Cloclo al photocall
Knuchel e la sorella con il costume di Cloclo al photocall (RSI - Cristina Trezzini)

Il coraggio di mettersi a nudo

A Soletta il ticinese Quand j'étais Cloclo

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C'è un genere cinematografico in costante ascesa che fa parte del cosiddetto cinema del reale: le storie private, spesso di famiglia, a volte non prive di traumi, trasformate in esperienze di visione collettive e trasferite dal piano del vissuto individuale a quello del sentire comune.

L'anno scorso a Soletta aveva vinto un film di questo tipo, l'intenso e toccante Das Leben drehen, in cui la regista Eva Vitija ricostruiva le difficoltà incontrate con un padre che aveva la mania di filmare costantemente tutto quanto.


Ora tocca al nuovo lavoro del ticinese Stefano Knuchel, Quand j'étais Cloclo, un progetto durato anni che consiste nel raccontare il percorso famigliare dell'autore: l'infanzia in costante fuga con un papà perennemente indebitato, la mancata scolarizzazione, il sogno di diventare il piccolo clone del noto cantante francese dell'epoca Claude François (detto Cloclo, da cui il titolo).

Poi arriva un oggi in cui Knuchel riannoda sapientemente i fili della sua vita, con la complicità tenerissima della mamma, della sorella e di una florida aneddotica dalle tinte surreali.

Un film che non ha paura di mettersi a nudo e di rivelare al mondo quelli che normalmente sarebbero i classici segreti di famiglia. C'è anche il gusto di andare sopra le righe dal punto di vista narrativo e formale, che genera momenti esilaranti.

Come dice il regista "l'eccezione nella vita è la normalità". E gli spettatori di Soletta hanno mostrato di condividere questo punto di vista, acclamando il film e dando vita a una lunghissima e vivace chiacchierata post-proiezione. Quand j'étais Cloclo è in concorso per il Premio del pubblico.

mz


 

 

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