Jake Gyllenhaal in Everest
Jake Gyllenhaal in Everest (Universal Pictures)

Perché lo fai?

La sfida tra uomo e montagna di "Everest": recensione

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La lotta più vecchia del mondo è quella fra l’uomo e la Natura, ma anche la passione più autentica di sempre è quella dell’uomo verso la Natura. Il film di apertura della 72esima Mostra di Venezia Everest dell’islandese Baltasar Kormákur racchiude tutto questo, incorniciandolo nel sistema di rapporti umani come amicizia, amore, solidarietà, competizione, genitorialità.

La storia vera, tratta dal libro biografico Aria sottile di Jon Krakauer, è quella di un gruppo di scalatori che nel 1996 vollero sfidare la vetta più alta del mondo con esiti disastrosi a causa delle condizioni meteorologiche particolarmente difficili.

Raramente al cinema, escludendo Gravity e pochi altri titoli, il 3D trova un senso, se non per spettacolarizzare o tentare di movimentare trame barcollanti; in Everest la tridimensionalità immerge ancora di più lo spettatore tra le nevi e i ghiacci dell’alta quota, aumenta lo stordimento della profondità dei crepacci e il fastidio del nevischio battente sui volti degli scalatori.

 

La domanda che emerge guardando la fatica di questi uomini – fra cui anche una donna giapponese – ad abituare il proprio corpo all’altitudine e alla mancanza di ossigeno è la stessa che pone al gruppo lo stesso Krakauer quando, come giornalista, si unisce alla spedizione: perché volere raggiungere la cima nepalese? Ognuno ne ha una sua personale, contingente, ma quella vera sembra essere la sfida con se stessi. Quasi un’ossessione, una droga o un antidepressivo come spiega il personaggio di Josh Brolin e come dimostrano le esperienze degli altri interpretati da Jason Clarke, Jake Gyllenhaal e John Hawkes.

Pur con qualche sentimentalismo di troppo, Everest è uno spettacolo che impaurisce e affascina, come la Natura appunto.

Francesca Felletti

 

Dal Telegiornale  

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