3 minuti a Mogadiscio

di Ugo Borga, Matteo Fagotto, Giampaolo Musumeci

Siamo sopravvissuti nel posto più pericoloso del mondo per 8 giorni, unici stranieri a Mogadishu. Siamo riusciti a muoverci e lavorare più di una settimana in un luogo in cui il tempo di sopravvivenza per un bianco, senza scorta, va dai 3 ai 5 minuti. Poi il bianco diventa il bersaglio delle milizie free lance che rapiscono occidentali per poi rivenderli ai ribelli islamici dello Shabaab in cambio di un riscatto. Gli stessi governativi non riescono garantire la sicurezza, visto i recenti casi di rapimenti. L'anatema degli Shabab ha funzionato. Da due anni, dopo decine di rapimenti, omicidi mirati di giornalisti, hanno ottenuto quello che volevano. Via tutti gli occidentali dalla Somalia.
L'unico modo per lavorare a Mogadiscio, dove ti sparano addosso (come ci è successo al porto), dove chiunque è pronto a puntarti un kalashnikov alle decine di posti di blocco è questo: sempre giubbotto antiproiettile, sempre elmetto, sempre a 100 all'ora, jeep con vetri oscurati, studiare ogni giorno percorsi diversi in modo da non dare punti di riferimento e orari a chi volesse prenderci, realizzando interviste, riprese e foto "mordi e fuggi", spostandosi da un posto all'altro in continuazione, rimanendo non più di 7 minuti nello stesso luogo. Come il "giornalismo hit and run" durante le fasi più pericolose della guerra in Iraq di cui parlava Robert Fisk.
Dopo 20 anni di guerra, Mogadiscio è governata da clan armati e milizie freelance che sono vere iene. La loro unica legge sono le armi, i soldi e il khat, la droga locale. La città è un luogo fantasma che si svuota ogni giorno dopo le 3 di pomeriggio, quando le strade tornano alla mercé dei signori della guerra.

 

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