Boris Pahor, a cosa serve la memoria

di Alessandro Bertellotti

È morto all’età di 108 anni lo scrittore italiano di lingua slovena Boris Pahor.

Laser ripropone una intervista realizzata tre anni fa, nel maggio 2019, nella sua casa sulle pendici nei pressi di Trieste.

È  fin troppo facile definire Pahor “un testimone della storia”, ma la sua vita è legata a doppio filo ai grandi eventi che hanno caratterizzato il secolo XX. Dall’epurazione della minoranza slovena a Trieste e nella regione limitrofa dopo la Grande Guerra, al fascismo – Mussolini non a caso proprio a Trieste nel settembre 1938 annunciò l’introduzione delle leggi razziali - alla deportazione nei campi di concentramento, alla divisione del mondo in blocchi fino all’abolizione dei confini con l’affermarsi dell’Unione europea.

A lui, insegnante di italiano e scrittore, è rimasto il compito di ricordare e narrare alle generazioni future il modo intenso in cui ha vissuto. Una produzione straordinaria, non immediatamente compresa in Italia, dato che il suo lavoro di maggior successo, “Necropoli”, il racconto dell’esperienza vissuta nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, pubblicato in sloveno nel 1967, sarà tradotto solo trent’anni dopo dal Consorzio culturale del Monfalconese, una associazione per la promozione culturale di piccoli comuni nel goriziano.

Pahor racconta sia “gli stabilimenti della memoria”, ovvero la possibilità di visitare i campi di concentramento – dove Pahor, deportato in quanto dissidente politico - veniva invitato a presentare i suoi ricordi, sia la realtà della nuova Europa, alla ricerca di una identità nella quale la memoria delle ragioni che l’hanno portata a nascere e a portare pace e sviluppo nel continente, quella memoria sembra perdersi con la scomparsa dei testimoni in grado di raccontare il passato.