È uno degli argomenti che hanno fatto tanto discutere nel 2016: quello delle bufale, le “fake news”, le notizie farlocche. Anche e soprattutto perché si reputa che abbiano inciso fortemente sull’esito di appuntamenti politici importanti come le elezioni presidenziali americane, il referendum sulla Brexit nel Regno Unito o quello costituzionale in Italia. E comunque perché sono utilizzate con frequenza, a volte per gioco, altre per incassare "click" e con essi soldi, altre ancora per appannare i fatti o per incrinare la credibilità di un avversario, politico o non, e cercare di condizionare l’opinione pubblica.

Del fenomeno si è discusso molto. L’informazione oggi è meno filtrata da professionisti ed organi di stampa dalla credibilità e affidabilità scalfite. Tutti possiamo mettere notizie in rete, vere o false, non ci sono filtri. Il web e i social network danno potenzialmente loro un’eco e un’efficacia impressionanti, magari con l'aiuto di qualche algoritmo selettivo. Il resto ce lo mette la complicità di chi, nelle notizie, non cerca verità, bensì conferme delle proprie convinzioni, di ciò che crede o vuole credere vero.

Bisogna reagire a tutto ciò? Per alcuni è solo una questione di tempo: la rete e i suoi utenti stanno maturando, il fenomeno delle bufale perderà vigore o perlomeno efficacia. Per altri non bisogna attendere. Sui siti di certe autorevoli testate d’informazione, ma anche altrove nella rete, prende piede la pratica del “fact checking”, della verifica dei fatti, dello smontare se del caso, prove alla mano, le notizie messe in giro in modo poco scrupoloso. Ma quanto è possibile contrastare la disinformazione? Ed il pubblico lo chiede veramente?

Ne discutiamo con:

Milena Gabanelli, giornalista, autrice e conduttrice del programma di giornalismo investigativo Report

Paolo Attivissimo, giornalista informatico e cacciatore di bufale

Walter Quattrociocchi, esperto di scienze sociali computazionali

Europei 2020: Svizzera-Danimarca

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