LA CULTURA NELL’ERA DELL’IA

Scrivere meno significa perdere competenze?

Prima Ora ne ha parlato con il linguista Giorgio Iemmolo e lo scrittore e docente Tommaso Soldini

  • Oggi, 07:54
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Se non scrivi perdi competenze

Prima Ora 13.05.2026, 18:00

  • Keystone
Di: Prima Ora/EssePi 

Le interazioni quasi quotidiane con l’intelligenza artificiale comportano una conseguenza di peso: scriviamo meno. E scrivere meno significa anche perdere competenze. Ma quali perdiamo e perché?  Per Giorgio Iemmolo, linguista e direttore del Centro linguistico dell’ETH e dell’Università di Zurigo “i processi di scrittura formano connessioni neuronali che sono molto importanti per l’astrazione come anche per la memoria a lungo termine”.  Un esempio concreto – spiega a Prima Ora – è la scrittura a mano.

“È stato dimostrato molte volte, con studi di diverso tipo, che la scrittura a mano permette di avere una memoria a lungo termine, quindi di ritenere gli argomenti e i concetti che abbiamo riportato scrivendo a mano in maniera molto più forte rispetto a quello che facciamo con il computer”. E questo ovviamente non succede quando si utilizza l’IA per studiare.

Tommaso Soldini, scrittore e docente alla Scuola cantonale di commercio, è confrontato quotidianamente con questa “delega all’IA”. Il processo – racconta alla RSI – è già a uno stadio molto avanzato. “I giovani fanno parte di questo mondo e probabilmente hanno trovato anche delle ragioni per sfruttare tutto quello che l’intelligenza artificiale oggi sta offrendo”. Tra i suoi allievi distingue almeno tre categorie diverse di utenti dell’IA.

“Ci sono studenti che la utilizzano per confrontarsi con quello che gli pare di aver capito. Prendono quindi appunti normalmente a mano durante le lezioni, fanno i loro riassunti e magari chiedono all’intelligenza artificiale quale sia il livello di conoscenza al quale sono arrivati”.

La seconda categoria è quella che Soldini chiama la “categoria Bignami”:  “Sono quelli che negli anni 80-90 compravano il “Bignami” (collana di riassunti scolastici) o le “Garzantine” (collana di enciclopedie Garzanti in formato ridotto) e studiavano su quel supporto mentre oggi chiedono all’intelligenza artificiale di fornire i riassunti per affrontare i lavori scritti”.

C’è infine una terza categoria, racconta Soldini sorridendo: “È quella di chi consegna un telefonino prima della prova scritta, ma ne ha un secondo nascosto da qualche parte e lo sfrutta per rispondere alle domande dell’interrogazione. In parole povere diciamo quelli che cercano di ingannare il sistema, che in questo caso sono io”.

La nostalgia della carta e della penna non c’entra, puntualizza Iemmolo. “La palestra della mente è ancora necessaria. Quando interagiamo con un modello linguistico come quello di Chat GPT, interagiamo attraverso il linguaggio naturale, che sia l’italiano, l’inglese, il tedesco o il francese. Ovviamente per interagire dobbiamo avere una buona competenza linguistica in tutte le sue varie sfaccettature”.

Vuol dire che i docenti devono adeguare il loro insegnamento per poter salvaguardare queste competenze?

“Penso di sì - risponde Tommaso Soldini - La scuola deve interrogarsi davvero a fondo su quello che sta accadendo dal profilo di quanto e in che modo questi nuovi strumenti siano in grado di incidere sullo sviluppo cognitivo delle nuove generazioni. Stiamo assistendo a un proliferare di difficoltà da parte degli studenti. Questo scenario molto probabilmente si interseca con il discorso che stiamo facendo anche perché l’intelligenza artificiale può dare delle risposte molto efficaci sul breve termine, ma rischia di lasciare un senso di vuoto in chi ha sempre meno la percezione di riuscire a sviluppare il proprio pensiero”.

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