Flavio Sala è intervenuto questa mattina ad Alphaville, per un ricordo personale di Franca Canevascini, un pezzo di storia della nostra radio, della televisione, della commedia dialettale ticinese.
Ciao Rose, ciao Franca!
Alphaville 17.03.2026, 11:20
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Inizialmente conoscevo bene la sorella di Franca, perché era un’amica della mia prozia, quindi veniva spesso a casa dei miei. Franca l’ho conosciuta in un secondo tempo, per via di uno sketch del Bussenghi fatto a un ritrovo per gli anziani: lì l’ho conosciuta bene per la prima volta, e lì mi ha parlato del personaggio della Rose, di come era nato quando era andata a trovare alcuni suoi parenti in California. Era proprio un’imitazione di quel modo di parlare il dialetto della Verzasca, con inflessione americana, in America.
Era tutto reale: il suo era proprio dialetto della Val Verzasca, che usava spesso “Er” davanti ai sostantivi. Eravamo abituati a un altro tipo di dialetto, quello cosiddetto della ferrovia, quello più generico: una volta tanto, il Sopraceneri aveva la sua voce.
Franca è un peperino, come l’ha definita mia mamma. Molto carina, molto spontanea. E artisticamente – anche se è una di quelle classiche frasi che detesto – avrebbe meritato qualcosa di più: aveva una bella presenza, sarebbe potuta andare in video molto più spesso. Nelle commedie dialettali – non solo radiofoniche, ma anche televisive – avrebbe meritato un posto in più.
L’ultima volta che l’ho vista, l’ho vista al ristorante Approdo, a Minusio. Andava spesso lì a fare cena, ogni volta ci si incontrava e lei era sempre molto gentile con me.
Franca aveva questa dimensione quotidiana, familiare: capitava che raccogliesse persone che magari non per forza si conoscevano tutte tra di loro, organizzava delle cene a casa sua. Lei cucinava manicaretti per tutto il pomeriggio, poi si faceva aiutare da qualcuno alla sera per quanto riguardava il servire a tavola, in modo che lei potesse intrattenersi con gli ospiti, e non correre in avanti e indietro dalla cucina. Lei aveva un sacco di aneddoti da raccontare, era molto divertente.
Se dovessi scegliere un’immagine che Franca mi ha lasciato, sceglierei le telefonate in cui mi raccontava: «Guarda, comincio a perdere la memoria. Devi spiegarmi chi sei, cosa fai». Poi si ricordava, anche se magari negli ultimi tempi ci voleva un attimo in più. Ma quel che era bello era questo suo modo umano di raccontarlo. Non negare quello che succedeva, ma chiedere: «Guarda, c’è un problema, mi succede questo, ripetimi bene chi sei, cosa fai». Poi, da lì si andava avanti.

Addio a Franca Canevascini
Il Quotidiano 16.03.2026, 19:00


