Il Lugano Dance Project 2026 si muove come un organismo complesso: cinque giorni in cui il LAC convoca artisti che usano la danza come strumento di pensiero. Il programma è ampio, ma alcuni appuntamenti emergono con una forza particolare, quasi fossero le linee di fuga che definiscono il disegno complessivo del festival.
Il primo è Kontakthof – Echoes of ’78, riallestimento di Meryl Tankard dell’opera di Pina Bausch. Non è un omaggio, ma un confronto diretto con un classico che continua a interrogare il rapporto tra desiderio, ritualità e vulnerabilità. Il dialogo tra gli interpreti di oggi e le immagini restaurate del 1978 fa del palco un luogo di memoria incarnata.
Di segno diverso, ma altrettanto centrale, è Music Music, nuovo capitolo della serie Histoire(s) du Théâtre di Trajal Harrell: un solo che usa la musica come archivio emotivo, come luogo in cui il corpo ritrova ciò che il tempo ha stratificato. È uno degli sguardi più raffinati del festival sul rapporto tra gesto e narrazione.
Con Je suisse (or not) Camilla Parini porta invece la questione dell’identità su un terreno intimo e quasi domestico: un incontro uno‑a‑uno, fatto di fotografie, ricordi e piccoli spostamenti di senso. È una delle proposte più radicali nella sua semplicità.
Tra le creazioni che interrogano il presente, spicca Our Times di Yasmine Hugonnet, un lavoro che fa della relazione un impianto coreografico: tre interpreti che sostengono strutture fragili, come se la danza fosse un esercizio di fiducia prima ancora che di forma.
Sul versante più energetico, Soul(s) Power di Hamdi Dridi trasforma la scena in un rito collettivo, un luogo dove danza, vinili e microfoni costruiscono una comunità temporanea.
Completano il nucleo degli appuntamenti da non perdere Prelude to Violence, che esplora la tensione come materia coreografica; Dance People, che mette in scena la danza come fenomeno sociale; White Space, che lavora sul vuoto come spazio di possibilità; e Parentele, un’indagine sulle genealogie del movimento. Il progetto Bersani/Blumer apre invece un dialogo tra corpo e architettura, mentre una proiezione dedicata alla danza amplia il discorso oltre il palcoscenico.
Attorno a questi lavori si muove una costellazione di talk, workshop e incontri, che non fanno da cornice ma da cerniera: momenti in cui la danza si pensa e si mette in questione.
Il Lugano Dance Project 2026 conferma così la sua vocazione: fare di Lugano un punto di riferimento europeo per la ricerca coreografica, offrendo al pubblico cinque giorni in cui la danza diventa lente critica, esperienza sensibile e modo di abitare lo spazio.
Danza ed eredità: Lugano Dance Project
Contenuto audio
Carmelo Rifici racconta il tema dell’eredità del festival (1./5)
Alphaville: i dossier 01.06.2026, 11:30
L’edizione 2026 del “Lugano Dance Project” (2./5)
Alphaville: i dossier 02.06.2026, 11:30
“Gentle Unicorn” l’arte del trasmettere (3./5)
Alphaville: i dossier 03.06.2026, 11:30
Permanenza e impermanenza della danza (4./5)
Alphaville: i dossier 04.06.2026, 11:30
Archivi viventi (5./5)
Alphaville: i dossier 05.06.2026, 11:30




