Un atlante che non orienta nello spazio, ma nelle relazioni tra luoghi, immagini ed emozioni. È questa l’idea al centro dell’Atlante delle emozioni di Giuliana Bruno, oggi nuovamente disponibile in libreria nella ristampa Johan & Levi, un testo che nel tempo si è affermato come riferimento imprescindibile negli studi sull’immagine grazie al suo sguardo trasversale tra arte, architettura e cinema.
Il punto di partenza è una coincidenza: vedere significa già viaggiare. Lo sguardo è movimento, e ogni movimento implica una risposta emotiva. Ne nasce una geografia affettiva in cui i luoghi non sono semplici coordinate, ma spazi attraversati da memorie e desideri. L’atlante diventa così una guida che affianca alla mappa del mondo una cartografia interiore.
Il libro ha avuto una fortuna che va oltre l’ambito accademico, diventando un archivio capace di attivare pratiche creative in campi diversi. Ma al centro resta una tesi: l’emozione non è un riflesso immediato, bensì una forma di conoscenza che si costruisce nel rapporto con i luoghi. Per comprenderli occorre attraversare le loro rappresentazioni, in un metodo che mette in relazione arti e media diversi.
L’atlante delle emozioni
Voci dipinte 07.06.2026, 10:35
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In questo percorso lo spazio non è mai neutro. Lo dimostra, tra gli esempi più efficaci, l’analisi dell’esperienza cinematografica. Bruno racconta ai microfoni di Voci dipinte un esperimento emblematico riportato nel libro, in cui mette a confronto due sale newyorkesi degli anni Venti che proiettavano lo stesso film: da un lato un ambiente concepito come una sorta di macchina ottica, chiuso e immersivo, in cui lo spettatore era completamente assorbito nello schermo; dall’altro un grande “cinema atmosferico”, simile a un giardino, dove la visione era parte di un’esperienza più ampia e condivisa.
Lo stesso film, dunque, genera percezioni diverse a seconda dell’architettura che lo ospita. La visione non dipende solo dalle immagini, ma dallo spazio che le contiene e dal modo in cui il pubblico lo attraversa. È un passaggio che sposta il cinema dal piano dell’opera a quello dell’ambiente, mettendo in evidenza una dimensione di “intimità pubblica” in cui si è insieme agli altri, ma in un’esperienza profondamente personale.
Da qui si allarga il discorso: le immagini non si limitano a essere viste, ma si percepiscono e si attraversano. La dimensione visiva si intreccia con quella sensoriale, in un rapporto che implica contatto e immersione. Un’idea che oggi si confronta con la centralità degli schermi, nuove superfici dell’abitare contemporaneo.
L’atlante di Giuliana Bruno è allora un invito a ripensare il nostro modo di stare nei luoghi. Non per possederli, ma per costruire relazioni. Oggi questa geografia emozionale suggerisce una possibilità diversa: mappe aperte, capaci di mettere in movimento conoscenza e immaginazione.






