Ci sono artisti che dipingono il mondo, e poi ci sono artisti che lo “scarnificano”. Zdzisław Beksiński appartiene decisamente ai secondi. Le sue tele non raccontano storie, sembrano piuttosto affioramenti, visioni che risalgono da un fondo oscuro e indistinto, dove l’immaginazione si intreccia con qualcosa di più antico, più inquietante, a tratti ultraterreno.
Guardare un suo quadro significa sostare davanti a un paesaggio che non dovrebbe esistere. Architetture che ricordano cattedrali, ma senza fede. Corpi che non sono più tali: deformati, svuotati, disfatti, come se il tempo li avesse consumati prima ancora della vita. Eppure, in mezzo a questo disfacimento, c’è una bellezza severa, un ordine quasi liturgico, che ti persuade a restare. Non sembra esserci fuga possibile, lo sguardo viene catturato e spinto oltre il disgusto, fino a una forma di silenziosa fascinazione.
Beksiński non voleva spiegare nulla. Rifiutava titoli, interpretazioni, simbolismi dichiarati. Diceva di dipingere “come si fotografa un sogno”. I suoi lavori non hanno tanto bisogno di essere capiti, quanto di essere attraversati, lo spettatore diventa parte della scena, come se quelle figure senza volto lo stessero osservando a loro volta.

Dipinto di Zdzisław Beksiński
La sua biografia, del resto, sembra ricamare in modo inquietante il buio delle sue opere. Nato nel 1929 a Sanok, in una Polonia segnata dalla guerra e dalle sue ferite profonde, attraversa il Novecento portandosi addosso un senso di precarietà che non diventa mai dichiarazione politica, ma si sedimenta nell’immaginario. Prima fotografo, poi scultore, infine pittore: ogni fase è una ricerca sul corpo e sulla sua deformazione, sull’instabilità della forma.
La nascita della sua stagione più oscura ha qualcosa di quasi mitologico. Negli anni Settanta un treno travolge la sua auto e l’incidente lo lascia in coma per mesi. Al risveglio, racconta di aver attraversato una sorta di inferno. Da quell’esperienza nasce un’intuizione brutale: per non soccombere, deve portare fuori quelle visioni, fissarle.

Dipinto di Zdzislaw Beksinski
Da qui sviluppa quello che verrà definito il suo “periodo fantastico”, composto da tele complesse, meticolose, quasi ossessive nella resa dei dettagli. Qui nasce l’universo per cui è ricordato: distese polverose, cieli plumbei, figure che sembrano in preghiera o in agonia, senza che sia possibile distinguere le due cose. Non è presente una vera e propria narrazione, è presente piuttosto una sospensione continua, come se tutto fosse sul punto di accadere, o di finire.
Poi, lentamente, il suo stile cambia. Le composizioni si fanno più spoglie, più essenziali, ma non meno inquietanti. È come se la materia stessa si stesse ritirando, lasciando emergere una nudità ancora più radicale.

Dipinto di Zdzisław Beksiński
Intanto, la vita privata si incrina drammaticamente. La morte della moglie, poi, l’anno dopo, quella del figlio suicida la Vigilia di Natale, trasformano la sua esistenza in una solitudine sempre più chiusa. Beksiński continua a lavorare, con disciplina quasi monastica, ma la realtà intorno a lui sembra progressivamente svuotarsi. La sua stessa fine, violenta e assurda (accoltellato diciannove volte dal figlio del suo custode dopo aver rifiutato una richiesta di denaro) avvenuta nel 2005, aggiunge un ulteriore velo oscuro a una biografia già segnata dal dolore.
Ridurre però la sua arte a mero riflesso autobiografico sarebbe semplicistico. Nei suoi quadri, infatti, non c’è confessione né autobiografia diretta. Piuttosto, si avverte una tensione più universale: la percezione che sotto la superficie delle cose si nasconda qualcosa di irriducibile, di non nominabile.
L’arte di Beksiński non offre certo interpretazioni e non indica vie d’uscita. Al contrario, provoca dolore, spaesamento, quasi una forma di delirio lucido. Le immagini restano lì, immobili eppure pulsanti, come presenze silenziose che continuano a respirare anche quando noi distogliamo lo sguardo.

Perturbante
Voci dipinte 15.10.2017, 10:35
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