Se qualcuno si domanda cosa sia il fantastico, presto si ritroverà a riformulare naturalmente la domanda in senso negativo, poiché si dovrebbe costruire una cupola tanto grande da includere tutto ciò che non si limita alla riproduzione fotografica della realtà. Ed è proprio in questo mare di flutti che Roger Caillois cerca qualcosa che possa assimilarsi al cuore del fantastico, lontano dalle bizzarrie locali e dalle stranezze manifeste raffigurate proprio con l’intento di suscitare stupore, o peggio, di simulare il mistero. Setacciando il fantastico il critico francese si libera delle operazioni grossolane che affrontano la banalità con mezzi puerili, e ciò che gli resta è una materia sottile, discreta e resistente, quell’insolito clandestino che si sottrae e che se si mostra lo fa con «rara parsimonia, come se il suo potere si misurasse dal suo riserbo» (Roger Caillois, Nel cuore del fantastico, Abscondita).
Potremmo passare dai fantocci cubici di Dürer (1525), Ehard Schön (1543) o di Luca Cambiaso (1550-1580) al San Giorgio e il drago di Paolo Uccello (1470), per poi addentrarci nei dedali del mondo allegorico degli emblemi alchemici, dall’Altus liber mutus allo Scrutinium chymicum, dove l’immagine assume composizioni e figure curiose per riuscire a incastonarsi nella simbologia alchemica – un leone che aggredisce un leone alato, un uomo dalla testa di sole e una donna dalla testa di luna, oppure un paesaggio idilliaco nel cui cielo aleggiano tre cubi. Eppure, quando si tratta di emblemi, è sufficiente disporre di un buon libro di simbologia per decodificare enigmi che, di fatto, sono traduzioni visive di discorsi. Allora il fantastico svanisce.
Il cuore del fantastico non sta certo nel fantastico dichiarato, bensì in un fantastico insidioso, là dove un elemento estraneo irrompe inaspettato. Dove chimere, uomini-cavallette e mostri si ammassano in un mondo caotico, come nel Giudizio universale di Bosch, il fantastico diviene norma, regola di un mondo metodico e coerente; e dove l’opera si allontana dalla realtà per creare un mondo sistematicamente irreale non presenta mai la dimensione del fantastico. Se dunque il fantastico è rottura dell’ordine riconosciuto attraverso l’irruzione di qualcosa di inammissibile, è presto chiaro che la totale sostituzione dell’universo reale con uno irreale non lascia spazio all’insolito, essendo già ovunque. È necessario che l’elemento insidioso irrompa in un ordine che sembrava imperturbabile, incrinandolo inspiegabilmente.
Gustave Moreau, Salomè, 1876
Il fantastico non appare nel soggetto raffigurato, ma nel modo in cui viene trattato. Per questo un’altra opera di Bosch, Le nozze di Cana, appare a Caillois più fantastica del Giudizio universale. Il mondo risulta ordinato, eppure “bastano” un nobile omino di spalle, un gesto inconsueto di uno degli ospiti o l’oscura presenza di una figura sullo sfondo a mettere in dubbio quello stesso ordine. D’altra parte, sul limite del fantastico, può trattarsi non tanto di un ordine turbato da singoli elementi, bensì dell’incontro di due o più ordini compiuti, ma incompatibili. È il caso della Salomè di Gustave Moreau (1876): un corpo regale ricoperto di geroglifici dal carattere maya ed egizio, figlia del tetrarca di Galilea, ora in veste esotica e misterica, travolta da divini e forse fatali racconti di terre e tempi lontani. E qui il fantastico non emerge tanto per la mescolanza di epoche e luoghi distinti, quanto piuttosto, come dicevo, nell’accostamento di «culture incompatibili o morali contraddittorie».
Qualcosa di più sottile avviene in un’incisione di Philip Galle del 1587, Lo Stige. Vi è rappresentata una donna pensosa, non dissimile dalla Melancolia di Dürer, seduta in torsione su un monolite ricordando un’altra allegoria notturna: La tomba di Giuliano de’ Medici, a San Lorenzo. Sotto la volta di una caverna, coi piedi poggiati su una pietra e una grande conchiglia immersa in un’acqua densa, la donna allunga le dita verso la superficie del fiume. Sullo sfondo un edificio in fiamme. Fin qui l’incisione è già tesa fra i diversi tratti allegorici che la compongono, ma a differenza dei molti emblemi alchemici che si svuotano una volta conosciutane la mitologia, questa si carica. STIX è il titolo riportato in basso. Non esige un’iniziazione né troppa erudizione: Stige era il fiume presso il quale gli dèi prestavano giuramento, e solo sentirne il nome portava odio e orrore. Le acque dello Stige scioglievano il ferro, rendevano sterili le terre e uccidevano chiunque ne ingerisse una goccia. Nella tristezza vissuta, maturata coscienza, si riconosce la ninfa al fiume associata e che ne porta il nome, madre della Vittoria e dell’Ardore, della Forza e della Violenza, che aiutò Zeus nella lotta contro i Titani; esausta di successi avrebbe ora perso ogni gioia e desiderio. Lì, progenie di potenza stanca consumata nei secoli a contemplare indifferente un’acqua che sa dare l’oblio, la quiete senza risveglio.
Max Ernst, Die ganze Stadt, 1935-1936
Il fantastico si sottrae a quelle opere appositamente create con l’intenzione di suscitare mistero, avendo fatto uso di stratagemmi per intorbidare l’intelligibilità dell’opera – l’intenzione sarà nientemeno che ben evidente e ciò la renderà un’immagine non di difficile interpretazione, bensì insignificante. Possiamo essere certo sorpresi da un’immagine, ma se nell’avvertire tale sorpresa poi ci accorgiamo che tutto ciò che l’artefice voleva provocare era solo appunto sorpresa, allora quel che poteva sembrare misterioso si dissolve in questa brevità di respiro. Il fantastico necessita di un certo grado di inquietudine non solo in chi guarda, ma soprattutto in chi crea, poiché qualcosa di involontario si è insinuato nell’immagine e non può non essere accettato. È perciò auspicabile che l’immagine fantastica non venga creata con l’intento di suscitare mistero rendendola appositamente indecifrabile, ma che anzi sia intellegibile nonostante il suo senso sfugga ai tentativi di decifrazione provocando svariate interpretazioni, che ci consegni in un labirinto concentrico di congetture che quanto più ci si addentra tanto meno se ne può uscire.
Il «fantastico irriducibile» non vive di fiere infernali, mostri e creature demoniache, nasce invece da una contraddizione insita nella natura stessa della vita e che, per un’istante conturbante, abolisce la frontiera che la separa dalla morte. Un ordine rigoroso, ma popolato dalla «luce metafisica dell’insolito clandestino». Ed è in questa luce che l’intelligenza si agita, tasta la superficie e impaziente ambisce a penetrarne il mistero – il fantastico vive di questa impresa.


