Il lanciatore di fiori
Il lanciatore di fiori

Banksy, il più noto degli ignoti

L'urgenza di creare e disturbare

Some people become cops because they want to make the world a better place. Some people become vandals because they want to make the world a better looking place.  (Banksy, Wall and Piece)

Forse, chi ancora non ne aveva mai sentito parlare e ne ignorava l'esistenza, probabilmente l'ha conosciuto in seguito all'autodistruzione della stampa di uno dei suoi lavori più noti, Girl and Balloon, subito dopo essere stata battuta all'asta da Sotheby's per oltre un milione di euro, sotto lo sguardo sbalordito e divertito dei presenti. Una performance “ad arte” le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. E mentre qualcuno si chiedeva quale trucco ci fosse sotto e se la casa d'aste fosse d'accordo o meno con l'artista o il venditore, bollando la cosa come pura operazione di marketing, Banksy nel suo seguitissimo account Instagram citava Picasso: “The urge to destroy is also a creative urge”.

Burla, gesto critico o scaltra trovata mediatica? Certamente una provocazione riuscita bene nel suo intento: far parlare, generare polemica e stupore, scompigliare il confine, oggi più labile che mai, tra realtà e finzione. Banksy lo fa da quasi 20 anni, e sempre meglio, convinto che l'arte debba “dare conforto ai disturbati e disturbare coloro che si trovano a proprio agio”.

«Mi piace pensare di avere il fegato di resistere in maniera anonima in una democrazia occidentale e pretendere cose a cui nessuno crede più – come pace, giustizia e libertà».
Parliamo dell'anonimo “vandalo” di Bristol autore di una sfilza di incredibili interventi urbani, molti dei quali diventati iconici. Lo street artist più (s)conosciuto al mondo, che considera i graffiti come “la più onesta forma d'arte in circolazione” ma non ha mai mostrato il suo volto né rivelato la sua identità. Chi è questo misterioso “pifferaio magico” che porta in giro per il mondo tanti simpatici roditori (i ratti stanno a Banksy come le ninfee stanno a Monet)? Inutile affannarsi a scoprirne le generalità, meglio concentrarsi sulla sua opera eloquente e corrosiva.
«I muri sono di grido in questo momento, ma io mi ci dedico da molto prima che Trump lanciasse la moda». Già. Ai muri Banksy si dedica dall'inizio degli anni Duemila facendone veicoli di riflessione, provocazione e resistenza, supporti di una guerrilla art graffiante che prende di mira l'establishement, il consumismo, l'austerity economica, le politiche guerrafondaie, la privazione della libertà individuale, lo strapotere delle multinazionali, l'ipocrisia della middle-class e compagnia bella.

Uno dei primi lavori di Banksy, realizzato nella sua città natale, mostra un orsacchiotto a grandezza umana intento a lanciare una Molotov contro dei poliziotti in tenuta anti sommossa (The Mild Mild West). È tra le poche opere dei suoi esordi sopravvissute, eseguita ancora a mano libera prima di optare definitivamente per la tecnica dello stencil, molto più rapida e incisiva. Ci sono però già in nuce gran parte degli elementi e delle tematiche che caratterizzeranno la sua futura ascesa, come lo humour sottilmente cupo e amaro. Da allora di muri Banksy ne ha adornati tanti, lasciando sempre un peculiare segno del suo passaggio, talvolta rimosso da altri per sbaglio, molto più spesso di proposito perché scomodo, fastidioso od offensivo.

Ma c'è un muro in particolare in cui Banksy si è soffermato più che in altri, e a più riprese nel corso degli anni: è la barriera di separazione israeliana in Cisgiordania, che divide la Betlemme palestinese dagli insediamenti israeliani, una struttura che rende di fatto i palestinesi prigionieri e contraria al diritto internazionale. Lo street artist inglese ha creato in totale nove interventi su questo “muro della vergogna”, mettendone in risalto la disumanità e l'inutilità con mordace inventiva. Tra i tanti soggetti ritratti, ci sono bambini che cercano di superare la barriera aggrappandosi a dei palloncini o che la demoliscono con paletta e secchiello, o ancora ci sono squarci resi con un raffinato trompe l'oeil che mostrano dei paesaggi idilliaci al di là del muro. E c'è anche una singolare colomba della pace con indosso un giubbotto antiproiettile e il mirino puntato sul cuore.

Proprio uno dei lavori realizzati da Banksy in questo difficile territorio è al centro della vicenda narrata dal film documentario da poco uscito nelle sale, L'uomo che rubò Banksy, diretto da Marco Proserpio. Un graffito raffigurante un soldato israeliano che verifica l'identità di un asino viene reputato offensivo da alcuni palestinesi, così un imprenditore e un nerboruto tassista del luogo pensano bene di rimuovere e impossessarsi dell'opera per poi rivenderla al miglior offerente. Seguendo l'irriverente opera, la storia approda nei meandri del mercato nero della street art ma anche tra le pieghe di uno scontro fra culture diverse.

E sempre in queste terre di conflitto, Banksy ha anche ideato nel 2017 un bizzarro hotel-museo chiamato Walled Off Hotel, una vera e propria struttura ricettiva dove è possibile soggiornare e godere della “peggiore vista del mondo”, essendo affacciato proprio sulla suddetta barriera di sicurezza israeliana. Un'operazione spiazzante, pregna dello stesso spirito caustico che nel 2015 contraddistinse anche Dismaland, controverso (anti)parco dei divertimenti allestito, con la complicità di altri 58 artisti, nel decadente centro balneare Tropicana della località inglese Weston-super-Mare.

Anche in questo caso, parodia e paradosso la fanno da padrone, e se c'è chi fatica a considerare arte questi interventi, c'è chi di contro vede in Banksy un seguace orgogliosamente indisciplinato di Marcel Duchamp, pioniere del ready-made, e del Situazionismo, di cui lo street artist in qualche modo rinnova il concetto di “psicogeografia” e la pratica del détournement, cioè il sovvertimento di oggetti estetici precostituiti. Basti pensare alle tante volte in cui Banksy ha attinto dal mondo della storia dell'arte, del cinema, dei fumetti o della fotografia per le sue svianti creazioni, omaggiando altri artisti (Basquiat, Keith Haring, Andy Warhol...) o manipolando le loro opere tramite l'uso di elementi stranianti. Molti di questi lavori sono attualmente esposti al MUDEC Museo delle Culture di Milano nell'ambito della mostra A Visual Protest. The Art of Bansky, in corso fino al 14 aprile. Si tratta ovviamente di una mostra non autorizzata dall’artista, come tutte quelle solitamente a lui dedicate (a parte l'acclamata e memorabile Banksy vs Bristol Museum del 2009), ma è comunque un progetto espositivo che cerca di contestualizzare e fornire alcune chiavi di lettura dell'opera di questo geniale “artivista” e abile comunicatore che ha ritratto Steve Jobs come un profugo su un muro di Calais e la regina Elisabetta come una scimmia, che mette mazzi di fiori al posto delle Molotov nelle mani dei manifestanti e bombe anziché peluche tra le braccia delle bambine.

Espedienti e idee banali, come sostengono molti suoi detrattori? No, piuttosto una modalità espressiva icastica e immediata: come afferma Shepard Fairey, altro grande nome dell'arte urbana, «le sue opere sono piene di immagini metaforiche che trascendono le barriere linguistiche. Le immagini sono divertenti e brillanti, eppure talmente semplici e accessibili: anche se i bambini di sei anni non hanno la minima idea di che cosa sia un conflitto culturale, non avranno alcun problema a riconoscere che c’è qualcosa che non quadra quando vedono la Monna Lisa che impugna un lanciafiamme».

 

Francesca Cogoni
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