Nobuyoshi Araki

La parte in ombra, pulsante, erotica

Come nel caso di Robert Mapplethorpe e Joel Peter Witkin, il lavoro del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki (Tokyo, 1940) è da sempre destinato a fugare ogni dubbio. Non ci sono vie di mezzo: o lo si accoglie o lo si respinge. Famoso in patria – dove più volte è stato osteggiato e censurato – quanto all'estero, il prolifico artista è noto soprattutto per i moltissimi scatti a tema erotico in cui è ripetutamente praticato lo shibari, ossia l'uso di corde atto a immobilizzare il partner durante il rapporto. Ma al di là degli scandali, degli ingaggi con «Playboy» e delle possibili polemiche, dei ritratti che immortalano celebrità come Björk (nel 1996 la cantautrice richiese il fotografo per le immagini dell'album Telegram), nel suo insieme l'opera di Araki appare come qualcosa che va oltre la provocazione a sfondo sessuale.

Infatti, esattamente come per i citati Mapplethorpe e Witkin, o come per una figura emblematica quale de Sade, ciò che ossessiona Araki sembra nascondersi oltre la piatta superficie del sesso. E sono soprattutto le fotografie in cui questo è apparentemente assente a rivelarlo: ad esempio le tante immagini che hanno come soggetto il mondo floreale (non per nulla, tema caro anche a Mapplethorpe) o quelle in cui è protagonista il cibo.

Le prime colpiscono innanzitutto per la loro fisicità. Sia che si tratti di calle o smorte rose, i fiori scelti – spesso stretti gli uni agli altri come viaggiatori ammucchiati in un convoglio – colpiscono per il senso di movimento che emanano: c'è qualcosa di pulsante, nei petali come su gambi e foglie. Ma questa pulsazione non appartiene a uno scontato moto di fioritura. Si tratta piuttosto di un sussulto, di una dinamica implosiva, come ripiegata su sé. Infatti, sono quasi sempre mostrati col capo cascante, in rovina. Inoltre, essi esibiscono sfacciatamente la propria fisionomia di organi riproduttivi: la somiglianza coi genitali umani è evidente. È perciò chiaro che i fiori di Araki sono donatori di vita in cui alberga la morte.

Anche il mondo alimentare non fa eccezione. Abitualmente si tratta di immagini di pietanze abbandonate nei piatti, consumate o lasciate a metà, di resti di cui ci sembra quasi di poter sentire l'odore, la viscida consistenza: tranci di pizza mozzati da un morso, untuose lische di pesce, ingredienti ammassati su un piatto che paiono disegnare il profilo di una grande vulva. E la materia, col suo colore fosco e la sua violenza, pure in questo caso non può non suggerire a chi guarda che ci si trova alle soglie della morte, su un'ambigua frontiera dove ciò che nutre è, al contempo, ciò che si putrefà. Nuovamente, è il legame tra Eros e Thanatos a farla da padrone.

E le donne? Che ruolo hanno in quest'opera le donne per le quali Araki sostiene di «vivere» e che, a suo avviso, contengono «tutti gli elementi essenziali: la bellezza, la bruttezza, l'oscenità, la purezza...»; quelle donne provocanti che regolarmente ci mostra segnate da lacci, appese con cordami ad alberi e soffitti, nude o mezze svestite, legate strette in piccoli appartamenti o su letti dismessi di abitazioni nipponiche? Nell'intervista che introduce il volume Araki by Araki (Taschen, 2007) Araki afferma di "imprigionarne" i corpi perché non è possibile fare altrettanto con le loro anime: «solo il loro fisico può essere "annodato". Legarle è in qualche modo come abbracciarle».

Forse per Araki, che perse l'amatissima moglie a causa di un cancro alle ovaie nel 1990 (da questo periodo nacque il suo struggente libro Winter journey), il femminile rappresenta un'entità che proprio perché elargitrice di vita lo è anche di morte: la grande madre che col dono della nascita consegna al figlio il marchio della fine certa. Stringerne il corpo in un intreccio di funi in vista di uno scatto è allora il modo di catturare, per un illusorio istante, il potere di una forza in cui, ancora una volta, coabitano creazione e distruzione.

 

Esplosivo ottantenne in tutto simile agli amati dinosauri di gomma coi quali sovente tempesta le sue composizioni, Nobuyoshi Araki incarna perfettamente quell'antico spirito giapponese che è in costante dialogo con la parte in ombra dell'esistenza. Come Tanizaki e Mishima, come Hijikata e Ohno, attraverso la sua vasta opera (oltre 450 i libri ad oggi pubblicati) egli ha dato corpo a un universo estetico dove due poli estremi si confondono e in cui, per usare una suggestiva formula di Georges Bataille, «l'erotismo è l'approvazione della vita fin dentro la morte».

Daniele Bernardi
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