Salone del libro

Zadie Smith e l’arte di ricucire gli strappi

Nella sua ultima raccolta di saggi, “Vivi e morti”, la scrittrice britannica, a cui il 14 maggio è stata affidata la lezione inaugurale del Salone del Libro di Torino, si conferma come una delle voci più interessanti della saggistica internazionale

  • Ieri, 18:00
  • Oggi, 10:37
Zadie Smith
  • IMAGO / opale.photo
Di: Alessio von Flüe 

Ho sempre pensato che l’arte della scrittura poggi su un paradosso. Gli scrittori si isolano nella solitudine per abitare l’altro; un gesto d’amore intellettuale che passa attraverso un rifiuto fisico. Lo scarto tra i due crea tensione. Leggendo Vivi e morti. Incontri, riflessioni, ritratti, ultimo lavoro della scrittrice britannica Zadie Smith uscito il 6 maggio con la traduzione di Martina Testa per SUR, mi sono sentito meno solo. Le pagine sono attraversate da questa tensione e dal tentativo di ricucire lo strappo tra individualità, tra l’io e l’altro, per arrivare a un noi basato sul dialogo. E in una realtà sempre più frammentata questo desiderio di rammendare, di passare da una narrazione in frammenti a una fra menti, è importante.

10:23
immagine

Zadie Smith contro i dogmi (1./5)

Alphaville: i dossier 11.05.2026, 11:30

  • Imago Images
  • Francesca Rodesino

«Lettori e lettrici, io non conosco i vostri nomi, ma siete i benvenuti» scrive Smith nella conclusione della prefazione all’opera. Quella dell’autrice non è una posa, la sua penna dona davvero al lettore la sensazione di essere accolto in una visione della vita diversa dalla propria, in un’altra coscienza. Una coscienza che, prendendo spunto dalle varie sezioni in cui è suddivisa la raccolta di saggi, osserva, pensa, ripensa, commemora e confessa.

Dare struttura a un insieme eterogeneo di articoli, recensioni, discorsi e interventi, scritti tra il 2018 e il 2025, sembra quindi una scelta programmatica più che editoriale, resa esplicita già nel titolo, Vivi e morti, in cui la congiunzione copulativa “e” viene preferita alla disgiuntiva “o”. Neppure la morte divide davvero, lo sanno bene gli scrittori che si formano nel rapporto con persone che non abitano più fisicamente la realtà.

Copertina di "Vivi e morti" di Zadie Smith

Ricucire gli strappi, quindi, poco importa se siano generazionali (come in La strumentalizzatrice: su “Tár” che è valso all’autrice una candidatura al Premio Pulitzer nel 2024), storici (Cosa vogliamo che ci faccia la storia? Su Kara Walker), temporali (Appunti sul tempo mediato), politici (I pragmatisti di Tufton Street) o tra realtà e finzione (Mi affascina presumere: in difesa della letteratura di invenzione). Ma come farlo? Se lo chiedete a una scrittrice, la risposta sarà ovvia: attraverso la scrittura.

La tensione tra scrittore e mondo è centrale. Zadie Smith riflette sul costante rapporto tra osservare ed essere osservati (La musa al suo cavalletto: “Self-Portrait” di Celia Paul), rende omaggio ai colleghi che l’hanno ispirata e formata (Joan Didion, Martin Amis e Toni Morrison tra tutti) e si interroga sul ruolo della scrittura nella contemporaneità. Ogni recensione di un’opera, visita di una mostra o partecipazione a una manifestazione diventa spunto per trattare temi cari all’autrice e sempre attuali: dal multiculturalismo alla misoginia, passando per gli stravolgimenti sociali e politici degli ultimi anni come il conflitto israelo-palestinese e la riduzione algoritmica della realtà.

03:33
Joan Didion

A cena da Joan Didion: quando la cultura si sedeva a tavola

Kappa in libertà 03.12.2025, 18:00

  • Keystone
  • Enrico Bianda

A contraddistinguere la scrittura saggistica di Zadie Smith è la sua natura antidogmatica. L’autrice evita le semplificazioni del pensiero, non ha paura di cambiare idea e di mostrare le proprie fragilità. Ne risultano delle riflessioni brillanti nel senso più ampio del termine – che illuminano la realtà attorno a loro e non si limitano a splendere – con le quali si può essere d’accordo o meno, ma che spingono a un rapporto dialogico tra lettore e scrittore, a un confronto tra coscienze.

Soprattutto l’ultimo saggio, La coscienza e la morale: una lezione di scrittura per la gente e la persona, esplicita la lente con la quale Zadie Smith osserva la realtà. Il testo è la ripresa di una lezione del master in scrittura creativa della New York University, nella quale Smith riflette sugli aspetti più personali della lingua, su come essa sia una rappresentazione della singolarità e, per questo motivo, non debba temere la complessità. Lo fa prendendo come modello la prosa di James Baldwin, concludendo che:

Nel suo essere devoto sia alla persona sia alla gente, sia alle peculiarità della coscienza umana sia alla realtà contrastante del popolo, Baldwin ci ricorda perché, innanzitutto, le persone sono così preziose, cosa c’è in ballo quando soffrono come individui e come collettività, e cosa perdiamo, noi scrittrici e scrittori, quando riduciamo in servitù il laboratorio della coscienza, ordinandogli di riprodurre solo il tipo di frasi chiare, leggibili, e in definitiva lobotomizzanti tanto amate dal gruppo.

Zadie Smith, “Vivi e morti”

L’io che necessita dell’altro per definirsi, che deve ricucire il rapporto tra singolarità, ma al contempo preservarsi dal pensiero comune, dall’omologazione; in mezzo una tensione mai risolta, forse irrisolvibile, utile però per sapere dove tracciare e dove abbattere confini: di tempo, di spazio, di pensiero. Per questa ragione vale la pena abitarla, quella tensione. Se questo non è un manifesto di scrittura e di rapporto con il mondo, allora quale lo è?

Correlati

Ti potrebbe interessare