Le storie vere, tanto nel cinema quanto in letteratura, sono migliori.
O almeno questa è un’opinione diffusa guardando alle vendite e al marketing dei prodotti culturali, in cui tratto da/basato su/ispirato a una storia vera sono bollini che certificano la qualità di un’opera. Il recente dibattito, nato da un’inchiesta del New Yorker, su quanto Oliver Saks avesse “abbellito” alcuni casi clinici raccontati nelle sue opere è solo uno degli esempi di questa fame di adesione al reale. Le storie devono contenere la maggior dose di realtà possibile, pena una minor qualità dell’opera, perché la narrativa di invenzione è intrinsecamente inferiore, legata più a desideri escapisti o al puro intrattenimento. Può essere davvero così semplice?
Oliver Sacks “abbelliva” le storie dei suoi pazienti. È un problema?
Alphaville 06.05.2026, 12:05
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Da bambino uno dei miei giochi preferiti era il “facciamo che”. Esemplifico: «Facciamo che l’erba è il mare e noi siamo i pirati», e subito partivano grandi avventure.
Più tardi, dietro i banchi universitari durante le lezioni di filosofia, i momenti che amavo di più erano quelli dei Gedankenexperiment (= esperimenti mentali), scenari ipotetici usati come strumenti di riflessione, per testare ipotesi o confutare teorie. Il cervello in una vasca di Hilary Putnam, il problema del carrello ferroviario di Philippa Ruth Foot, la stanza cinese di John Searle – dove la filosofia incontrava l’immaginazione io trovavo la felicità. Questo solo per dire che sul tema sono estremamente di parte.
Tesi: i racconti di fantasia permettono di interrogare la realtà tanto quanto le “storie vere”. Il virgolettato si impone, la parola “verità” rappresenta un concetto astratto.
In logica formale si può arrivare a una conclusione vera partendo da due premesse false. Possiamo ad esempio affermare che (a) tutti i pesci sanno volare (falso) e (b) le aquile sono pesci (falso) per concludere che (c) le aquile sanno volare (vero).
In letteratura succede un po’ lo stesso. Da premesse narrative false, in quanto frutto della fantasia, si può arrivare a delle conclusioni vere.
Al mondo non esiste una Repubblica di Gilead, eppure è innegabile come Il racconto dell’ancella e I testamenti di Margaret Atwood illuminino delle verità su quanto il potere politico passi attraverso il corpo delle donne. Troppo politico? Ok, riprovo: Raskòl’nikov non ha mai ucciso Alëna e Lizaveta Ivànovna (come avrebbe potuto, dato che non è mai esistito?), eppure poche opere hanno sezionato la tensione tra desiderio, morale, colpa e giustizia quanto Delitto e castigo.
Dostoevskij
Laser 07.10.2021, 09:00
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L’accesso alle verità, siano esse personali o collettive, non è una prerogativa del racconto del reale, l’espressione stessa “storia vera” è ambigua. E pericolosa. Nasconde in sé l’idea che l’esperienza diretta e la testimonianza siano vie di accesso predilette – se non le uniche – alla realtà. E se da una parte afferma l’unicità della dimensione esperienziale dell’individuo, dall’altra sottintende che lo stesso sia in qualche modo inconoscibile per chi non ha avuto esperienze almeno simili. Nega in effetti la possibilità di comprensione profonda, empatica, che passa attraverso l’ipotesi di un sé non riducibile a unico conoscitore delle proprie sole esperienze. Ma come esseri umani, siamo più della somma di quello che ci succede.
Con questo non voglio negare l’importanza della narrazione del reale. Sarebbe assurdo. Vale la pena di ricordare però che la vita è qualcosa di abbastanza complesso da meritare una pluralità di strumenti di analisi e rappresentazione. Tra questi, la testimonianza è fondamentale tanto quanto la narrativa di invenzione. E così devono essere percepiti, come strumenti, una forchetta e un coltello che lavorano insieme per soddisfare l’appetito di verità del lettore. A volte si può usare solo uno dei due, altre solo il secondo, ma entrambi hanno la loro importanza e il loro posto sulla tavola.
Il mio è solo un invito a tornare bambini ogni tanto, a giocare al “facciamo che”. Vi andrebbe?
Ok, allora facciamo che anche le storie inventate contengono verità, e sono lì ad attendere che noi le cogliamo.

