CCCP, Affinità e divergenze. Suoni, mappe e territori (Nottetempo) è il libro di Giacomo Bottà che ricostruisce le radici culturali del primo LP della band emiliana, pubblicato nel 1986. Kappa ne ha parlato con l’autore, che è docente universitario, ricercatore e scrittore appassionato di musica.
Pochi, pochissimi gruppi hanno saputo attraversare il punk come i CCCP: chitarre elettriche taglienti, i ritmi meccanici che richiamano l’industrial tedesca (si formarono a Berlino), l’estetica filosovietica usata per restituire racconti di una provincia immobile e paranoica, di disagio psichico e apatia.
E poi i testi, recapitati da Giovanni Lindo Ferretti con psicotico trasporto: alzi la mano l’estimatore che non ha mai sgranato «Non studio non lavoro non guardo la tivù non vado al cinema non faccio sport».
Bottà evidenzia che in realtà i CCCP non vengono da nessuna parte: sono di Reggio Emilia come di Berlino. Ciò che permette alla band di rovesciare lo stereotipo dell’Emilia-Romagna paciosa e turistica, trasformando il liscio in beffardo contrappunto all’assunzione di tranquillanti, come in Valium Tavor Serenase.
Il titolo completo dell’album dice molto del periodo in cui è nato. A metà anni ’80, in un’Italia reduce dagli Anni di piombo, la lotta collettiva cede il passo al rifugio nel privato: è il riflusso, una fase che porterà con sé edonismo e individualismo. Un cambio di direzione che i CCCP vivono male, osserva l’autore del libro. Mutuato da un editoriale apparso sull’organo ufficiale del Partito comunista cinese nel 1962, il riferimento a Togliatti apre agli interrogativi della band sui nuovi indirizzi da prendere in politica.
Nonostante i suoi 40 anni, Affinità-divergenze continua ad avvicinare le giovani generazioni. Per Bottà, il merito dei CCCP è aver dato voce a una crisi economica e sociale, a un disorientamento culturale che riecheggia in ciò che accade oggi.
“CCCP, Affinità e divergenze”
Konsigli 27.04.2026, 18:00
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