Cover senza patria

Sanremo, quando a vincere è l’inglese

Nella notte dei duetti, a brillare sono due cover internazionali: “The Lady Is a Tramp” e “Hit the Road Jack”. Tra paradossi e performance scintillanti, Sanremo gioca la carta degli standard angloamericani

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Di: Mat 

C’è qualcosa di simpaticamente assurdo nel fatto che, proprio nella serata in cui Sanremo celebra il canone della musica italiana, a vincere siano state… due canzoni straniere. Nel tempio della melodia tricolore, quello dove ogni anno si compie il rito collettivo del “noi abbiamo inventato la canzone”, ecco che il pubblico decide di incoronare l’inglese. L’inglese! La lingua che, per definizione, ci fa sentire tutti un po’ più internazionali e un po’ meno responsabili delle rime.

Forse è un segnale dei tempi: puoi mettere sul tavolo Vanoni, Dalla, Tenco, Morandi, puoi evocare l’intero pantheon della canzone d’autore (con addirittura un De André d’ottima fattura), ma alla fine il televoto si scioglie davanti a un ritornello in inglese. Sarà che le parole non si capiscono e quindi non disturbano. Sarà che “baby” e “love” scivolano meglio di “amore” e “cuore” (oggettivamente troppo impegnativi), sarà che, in fondo, l’italiano è bellissimo, sì, ma richiede attenzione, mentre l’inglese è come il glitter: lo lanci in aria e fa scena da solo.

Detto questo, va riconosciuto che le interpretazioni di TonyPitony & Ditonellapiaga e di Sayf con Biondi e Britti sono state davvero eccezionali. Hanno portato sul palco una freschezza rara, una leggerezza intelligente, una precisione musicale che ha fatto dimenticare per qualche minuto qualsiasi discorso su lingue, tradizioni o appartenenze. TonyPitony e Ditonellapiaga hanno trasformato The Lady Is a Tramp in un piccolo cabaret anarchico, elegante e sfrontato, mentre Sayf, Biondi e Britti hanno costruito un equilibrio perfetto tra tecnica, carisma e gioco, portando sul palco lo standard Hit the Road Jack . Più che una “vittoria dell’inglese”, è sembrata la vittoria di chi sa stare sul palco con naturalezza, gusto e un’idea chiara di cosa significhi reinterpretare un brano senza limitarlo a un esercizio di stile.

Ultimo dettaglio che rende la faccenda ancora più gustosa: la serata delle cover è sempre stata quella in cui, ogni anno, i musicologi si ergono a custodi del patrimonio musicale nazionale. Per 24 ore diventano filologi della canzone, pronti a discutere se l’accento di “perdóno” vada messo sulla prima o sulla seconda sillaba, se il vibrato sia “rispettoso dell’originale”, se il sax “richiami abbastanza gli anni Settanta”. E poi? E poi vincono due brani in inglese. È come preparare un pranzo di Natale con tredici portate e scoprire che gli ospiti hanno fatto razzia dei grissini.

Più che un tradimento del canone, è uno smascheramento della retorica: si inneggia alla tradizione, ma appena arriva qualcosa che brilla un po’ di più, ci giriamo tutti di scatto. È la natura umana, o almeno la natura sanremese: ci emozioniamo con Tenco, ma votiamo per il pezzo che ci rimane in testa dopo tre secondi. E non c’è nulla di male: Sanremo è sempre stato un luogo dove convivono sacro e profano, memoria e karaoke, orchestrazioni d’autore e ritornelli da canticchiare in macchina.

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