Vent’anni fa ADOC – Adolescenti in connessione – nasceva come un’idea quasi “impossibile”: affidare a ragazze e ragazzi dai 16 anni in su un appartamento scelto insieme a loro, accompagnandoli però senza una presenza educativa continua. Oggi quell’intuizione della Fondazione Amilcare è diventata una delle esperienze più innovative della Svizzera italiana nella presa in carico degli adolescenti in difficoltà.
A ricordarne gli inizi è Enzo Mirarchi, fra i pionieri del progetto: «All’inizio eravamo spaventati: mettere un sedicenne in appartamento sembrava una follia. Ma parlando con i ragazzi capivamo che non rifiutavano l’educazione, rifiutavano le strutture troppo rigide». ADOC nasce proprio da lì: da giovani che non riuscivano a vivere nei foyer, ma che desideravano comunque una relazione educativa.
Il modello si costruisce passo dopo passo, con molta fiducia e altrettanti interrogativi. «All’inizio molti ci dicevano che eravamo matti da legare. E invece i ragazzi hanno dimostrato di saper tenere agli appartamenti. Non era un premio: era un diritto», racconta Mirarchi. Al centro c’è la relazione: appuntamenti flessibili, telefonate, presenza discreta ma costante. E tanta responsabilizzazione: gestione della casa, economia domestica, organizzazione del quotidiano.
Per Gian Paolo Conelli, direttore della Fondazione Amilcare, la forza di ADOC sta proprio nella sua capacità di accogliere chi altrove fatica: «È un modello pensato su misura, capace di rispondere anche a ragazzi particolarmente in difficoltà, che in altri contesti avremmo perso». Un approccio così efficace da attirare oggi l’interesse di altri cantoni svizzeri: «Il Vallese ci sta pensando, così come Friborgo e Vaud. Ed è motivo di grande soddisfazione».
Accanto a questo modello aperto e flessibile, in Ticino sta per nascere anche una struttura chiusa, La Clessidra, pensata per situazioni estreme. Il suo direttore, Mario Ferrarini, ha voluto però sgombrare il campo da equivoci: «Non sarà un carcere minorile. Sarà un luogo dove dire al giovane: qui ci fermiamo, ma per ripartire». Tre mesi per ricostruire un patto educativo, non per punire.
A vent’anni dalla sua nascita, ADOC conferma la visione che l’ha originato: educare significa abitare una relazione, e farlo nel modo più vicino possibile alla realtà. Come scrive uno dei giovani passati dal progetto, in una poesia appesa nella sede della Fondazione: «ADOC è imparare che da soli non ce la si può fare». Un insegnamento semplice, ma capace di cambiare vite.
Vent’anni di Adoc
Laser 17.03.2026, 09:00
Contenuto audio



