Ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, così parlò l’economista italiano Vilfredo Pareto. Una massima nata nel campo dell’economia come premessa per un guadagno duraturo, una specie di formula magica capace di tenere in piedi aziende di ogni tipo. La robotizzazione delle mansioni permette di concretizzare questo modello e aspirare a un profitto garantito sul lungo periodo. Ma cosa succede quando questo modello economico inquina altri ambiti, senza limitarsi all’economia?
Senza entrare nel merito di frasi aforistiche ad effetto (le varie “Non è la meta, ma il viaggio che conta veramente” e simili), la questione è molto profonda e tocca ambiti che stanno pian piano definendo il nostro rapporto con la tecnologia.
Internet ha cambiato il modo di percepire, e di incontrare, la conoscenza (ma non solo). È sufficiente digitare poche parole, anche alla rinfusa, nel motore di ricerca preferito e il gioco è fatto.
Cervello attento, cervello distratto
Il giardino di Albert 28.03.2026, 18:00
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Un esempio autobiografico: mettiamo che io voglia conoscere la genesi dei sistemi democratici in Europa. Individuo qualche parola chiave (in questo caso, “democrazia” e “Europa”) e in qualche frazione di secondo mi trovo davanti alla pagina di Wikipedia dedicata alla democrazia, in cui posso seguire cronologicamente il fenomeno dalla sua nascita al giorno d’oggi.
Bene, ho ottenuto quello che cercavo. Passa una settimana e mi rendo conto che di ciò che ho letto sulla storia della democrazia non mi è rimasto nulla in testa. Nemmeno una piccola traccia (però la presentazione è andata benissimo e ho fatto un figurone durante la seguente cena tra amici). Ricordo però che la democrazia è una forma di governo emersa, seppur in modo embrionale, nella Grecia antica. Clistene dovrebbe c’entrare qualcosa. Ci penso bene: aspetta, non l’ho nemmeno letto su quella pagina di Wikipedia! Se ricordo bene, infatti, mi ero limitato al periodo della Rivoluzione francese.
Mi fermo a riflettere (di nuovo). Svelato l’arcano: ricordo come fosse ieri quel maledetto test di storia al liceo, in cui venivano chieste le forme di governo e la loro genesi in Europa, con particolare attenzione alle forme di governo antiche. Quaderni pieni di note, fonti storiche appuntate a margine, evidenziatori scarichi e uno schema riassuntivo che tentava (con poco successo) di dire tutto ciò che avevo bisogno di sapere. Ricordo il dolore alla mano che si intensificava ogni volta che andavo a capo, ricordo i caffè in biblioteca durante le ore di studio, ricordo il passaggio da appunti a mano ad appunti a computer, e poi ancora da schema riassuntivo a mano a schema riassuntivo a computer. E poi ripetizioni infinite: leggi, rileggi, leggi, rileggi. Ricordo, insomma, la fatica che feci per quel maledetto test. Presi a malapena la sufficienza, ma ecco che quindici anni dopo quella nozione (peraltro molto superficiale) mi si è attaccata addosso.
È un paradosso. Più la conoscenza è accessibile e immediata, meno questa ti rimane addosso. Pensiamo all’intelligenza artificiale, ultima frontiera dell’immediatezza e non plus ultra del paradigma del minimo sforzo massima resa di Pareto. Quanto è davvero mio un testo prodotto da un prompt? Quanto imparo caricando documenti e chiedendo alla macchina di riassumermeli?
Quello che imparo ha esattamente lo stesso peso e la stessa significanza di un reel che mi intrattiene per 15 secondi e poi scompare: quasi inesistente, come un miraggio. Conoscere è faticare, crescere è faticare, non esistono scorciatoie. Anche perché poi i conti li paghi tu stesso: forse puoi ingannare gli altri, ma non potrai ingannarti per sempre. Una volta compreso, tutto assume un altro gusto. Com’era bello, ripensandoci, quel dolore alla mano destra.
Alcune acquisizioni della psicologia cognitiva concorrono a corroborare la mia esperienza: da un lato il cosiddetto cognitive offloading, cioè la tendenza a delegare alla tecnologia (motori di ricerca, appunti digitali, sistemi di IA) parti del nostro lavoro mentale. Questa esternalizzazione rende più efficiente l’accesso all’informazione, ma riduce l’impegno attivo nella codifica e quindi la probabilità che quella conoscenza si fissi nella memoria a lungo termine. Dall’altro lato, la ricerca sull’elaborazione profonda (deep processing) mostra come la memoria duratura nasca da operazioni lente e faticose: rielaborare, riscrivere, stabilire connessioni, confrontare fonti, mettere in relazione ciò che si apprende con conoscenze pregresse.




