Non sono molti quelli che sanno indossare un vestito completamente bianco. Forse perché, più di ogni altro, e prima ancora dell’universo di simboli che si porta dietro, il bianco mette in luce le macchie. Sembra anzi che la camicia bianca sia stata venduta la prima volta in concomitanza con l’invenzione del sugo di pomodoro.
Le spose, i bambini della prima comunione, i ragazzi assassini di Funny Games, il francese che dirigeva il Festival di Locarno, Cab Calloway nei Blues Brothers, quando canta Minnie the Moocher. Il papa.
È infatti bianca la papamobile, con la sua forma a elle, ma soprattutto lo è il suo abito talare, nato nel XVI secolo per iniziativa di Pio V, che prima di allora era rosso, e che è sintesi di mille evocazioni: dalla purezza alla pace, passando per la povertà e l’umiltà. Ed è in particolare il desiderio di pace a essere legato mani e piedi alle parole che provengono dal primo vescovo di Roma, e che trovano incarnazione prima di tutto nell’immagine della colomba che viene liberata dall’arca di Noè, per poi fare ritorno con un rametto di ulivo ben stretto nel becco, a simboleggiare la fine del diluvio universale. Dunque un nuovo inizio. Perché il bianco, in fondo, resta il colore della pagina, della tela, del muro che viene rimesso a nuovo dalla sapiente pennellata di un imbianchino, subito dopo la partenza dei vecchi inquilini, subito prima che i nuovi abitanti inizino a segnare il proprio passaggio.
Questo nuovo inizio, poi, porta con sé, inevitabilmente, la promessa dell’utopia, quasi che sia impossibile iniziare qualcosa senza il desiderio di fare tesoro degli errori del passato. Anche se, lo si sa, le scivolate, i lapsus, gli errori sono creativi come uno scacciapensieri tra le labbra di un trombettista blues, trovano mille nuove forme per riproporre tutte le sfumature del nero. Gli egoismi, le bugie (tranne quelle bianche), le guerre.
Ecco, forse è per questo che il bianco, a pensarci bene, è un colore anche colmo di imbrogli visivi. Perché se da una parte evoca fenomeni naturali come la neve, la nebbia, la spuma dell’acqua che ondeggia, animali come il cigno e il gabbiano, o elementi come il latte e i suoi derivati, lo zucchero; dall’altra parte l’aggettivo è spesso accostato a nomi che bianchi proprio non sono. Il vino, i globuli, ma soprattutto la pelle dei caucasici, che, nel momento in cui viene erroneamente definita bianca, si fa veicolo e motore di alcune delle macchie più orrende della storia, come la tratta degli schiavi e il razzismo. E allora, come spesso capita quando si osserva troppo bene un fenomeno, ecco che il simbolo di pace e purezza diventa nella nostra storia e nel nostro immaginario una balena inafferrabile e assassina, uno squalo assetato di bagnanti, la lampada che potente illumina l’asettica sala operatoria in cui si lotta tra vita e morte. Perché sì, il bianco è ancora il colore che dà vita alla biancheria, a ciò che di più intimo indossiamo quasi ogni giorno, e ai camici più famosi del nostro quotidiano: macellai, dentisti, medici e infermieri.
Il bianco, poi, è capace di entrare nelle notti nordiche, quando il sole sembra non lasciare mai questo mondo, ma anche nelle notti di quelle tribù urbane che come i neonati problematici sembrano aver scambiato la notte con il giorno, eleggendo le discoteche e i night club a giardini di un’infanzia che non deve mai finire. Ma nello stesso tempo è bianca la notte di chi non riesce a porre un freno alla propria mente, confrontato com’è con il desiderio di trovare quel bandolo, quell’idea capace di porre fine al tormento. E se non arriva, ecco che, proprio un’ora prima del suono della sveglia, gli occhi si chiudono comunque, sembrano alzare bandiera bianca, chiedere una tregua, una resa, poco importa quale parola sia la più azzeccata, purché la guerra del pensiero finisca.
Tra quotidiano e immaginario, tra cliché che sembrano immortali come una scultura di Canova e spiazzamenti o cambi di prospettiva, il bianco, insomma, accompagna senza sosta le nostre vite. Basta un poco di zucchero nel caffè, un pizzico di sale per aggiustare un sapore, un bicchiere di latte caldo per svegliare o per accompagnare un bambino nel suo lettino, ed ecco che, dal nulla, può spuntare un Bianconiglio con un orologio da tasca, e immetterci in un mondo matto come un cappello.
Bianco
Cliché 20.03.2024, 21:55




