Il corpo è un archivio indiscreto. Conserva ciò che la memoria smarrisce, registra ciò che il linguaggio addomestica, restituisce all’improvviso ciò che credevamo perduto. Nelle pagine di La cura (Einaudi), Concita De Gregorio parte da questa evidenza antica e quasi scandalosa: il corpo lo sa. Lo sa prima di noi, lo sa più di noi, e spesso continua a saperlo anche quando la coscienza ha voltato lo sguardo altrove.
Il libro nasce dall’esperienza di una malattia oncologica affrontata quattro anni fa, ma sarebbe riduttivo leggerlo come un memoir della sofferenza. La malattia, qui, è piuttosto una fenditura attraverso cui osservare ciò che normalmente rimane nascosto: la trama dei legami, la dipendenza reciproca degli esseri umani, la necessità della cura. Non la cura medica, che appartiene alla scienza, ma quella forma di attenzione che permette di attraversare il dolore senza esserne divorati.
Ospite di Michela Daghini in Pane, amore e fantasia su Rete Uno, De Gregorio ha riflettuto sul rapporto, troppo spesso negato, tra soma e psiche. Una distinzione che la modernità ha irrigidito fino a trasformarla in separazione. Eppure il corpo continua ostinatamente a raccontare una storia diversa. Ogni organo custodisce una memoria; le mani ricordano gesti che la mente ha dimenticato; le ferite emotive lasciano tracce che non si dissolvono semplicemente perché mancano le parole per nominarle.

Il corpo lo sa
Pane, amore e fantasia 27.06.2026, 11:05
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La società contemporanea, osserva l’autrice, sembra però tollerare con crescente difficoltà ogni forma di vulnerabilità. Si chiede efficienza, controllo, autosufficienza. Si preferiscono superfici lisce, biografie senza incrinature. La cura propone il contrario: una pedagogia della fragilità. Non come esaltazione della sofferenza, ma come riconoscimento di un dato elementare. Siamo creature esposte, dipendenti dagli altri, bisognose di aiuto. Negarlo non ci rende più forti; ci rende soltanto più soli.
Particolarmente netta è la sua critica al lessico militare che accompagna il racconto del cancro. «Non è una guerra quella contro il proprio corpo», afferma De Gregorio, rifiutando una retorica che trasforma il malato in un combattente e il corpo in un campo di battaglia. De Gregorio rifiuta questa impostazione perché introduce una colpa silenziosa. Se la guarigione dipende dalla forza con cui si combatte, allora chi non guarisce avrebbe combattuto male. Ma non è così. Le cure arrivano dalla ricerca, dal lavoro scientifico, dall’efficienza dei sistemi sanitari. La vera battaglia, semmai, riguarda la difesa di questi strumenti collettivi.
Se la medicina cura il corpo, sono invece le relazioni a rendere abitabile l’esperienza della malattia. In questo senso risulta illuminante il ricordo di Jane Goodall, etologa e attivista britannica, che le trasmise una lezione appresa osservando gli scimpanzé: «Bisogna abbracciarsi senza stringere». Contenere senza trattenere, proteggere senza possedere. È una definizione dell’amore di rara precisione, perché sostituisce alla logica del controllo quella della presenza.
Attorno a questo principio prende forma nel libro una sorta di comunità della cura. Medici, amici, infermieri, sconosciuti. Figure che emergono nei momenti di maggiore vulnerabilità e dimostrano come la prossimità possa assumere forme inattese. Tra queste c’è Angelina, incontrata in un reparto di cure palliative alla vigilia di Ferragosto. Da un saluto nasce una complicità fatta di conversazioni, risate e piccoli rituali quotidiani. Un incontro improbabile eppure decisivo, che diventa quasi una parabola sulla disponibilità all’altro.
Per De Gregorio la solitudine rappresenta una delle patologie più profonde del nostro tempo. La cura si muove allora nella direzione opposta: ricostruire il significato dei legami, restituire dignità alla dipendenza reciproca, riconoscere che nessuna esistenza si salva da sola. È un libro che parla della malattia, certo, ma soprattutto della vita quando rinuncia all’illusione dell’autosufficienza e scopre, forse tardivamente, che la salvezza ha quasi sempre il volto di qualcun altro.
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