Karaoke: molto più di una canzone stonata
Kappa e Spalla 13.07.2026, 18:15
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Alcune settimane fa ho visitato una mostra dell’artista esule iraniana Hannah Darabi al Musée de l’Elysée di Losanna: un lavoro ambizioso, con cui l’artista appoggia il movimento “Donna, Vita, Libertà” attraverso un tuffo nella cultura popolare del suo paese: lo fa tornando su figure come la cantante Mahvash, che negli anni ‘50 (quindi prima della rivoluzione islamica del 1979) ha usato la danza come espressione di liberazione del corpo femminile. Darabi evoca anche un libro chiave del 1957, I segreti della realizzazione sessuale, una sorta di autobiografia fittizia di questa icona pop.
Poi la mostra si sposta dall’altra parte dell’oceano, seguendo Mohammad Khordadjan, un ballerino e coreografo esule a Los Angels, perseguitato dal regime in quanto omosessuale. Questi riferimenti incrociati, che evocano una resistenza fatta attraverso l’esilio, la canzone e la danza, è presentata in una serie di stanze chiaramente ispirate alle serate di Karaoke che si tengono al Cabaret Teheran di Los Angeles. Ecco: il Karaoke può essere anche uno strumento politico, di resistenza dal basso, nonostante sembri una pratica leggera e divertente.
Da una parte pratica sociale, dall’altra strumento di mitigazione della solitudine del singolo. Il documentario finlandese del regista Einari Paakkanen intitolato Karaoke Paradise segue una donna che attraversa i paesaggi del nord boreale animando serate karaoke: ne ha fatto una vocazione, lei che fuggiva dallo spettro di un padre suicida, perché ha scoperto che “c’è una diva in ognuno di noi” e che “fa bene a volte essere sotto i riflettori”. Ammetto di aver pianto un po’, seguendo per un’ora e mezzo questi destini ammaccati, la tragica vita in un paese dalle notti bianche e soprattutto la minima ma meravigliosa rivalsa che questa effimera attività consente a chiunque, nonostante le curve indomite della vita.
Eppure l’accademia non sembra interessarsi granché al karaoke. Con qualche eccezione: un antropologo belga, Alain Anciaux, che ha studiato questa pratica senza moralismo, seguendo gli aficionados dalla Francia all’America, dal Messico alla Malaysia, e mostrando quanto sia importante come strumento di socializzazione, soprattutto per superare gli handicap sociali. Oppure la filosofa croata Dubravka Ugresic, che prende il karaoke come metafora dei nostri tempi: tempi dell’apparire, in cui ognuna e ognuno cerca il fatidico “quarto d’ora di celebrità” postulato da Andy Wahrol, cedendo tra l’altro a un immaginario collettivo di bassa lega (si capisce che la filosofa non è esattamente una gramsciana). Secondo lei siamo di fronte a “all’abolizione della conoscenza, del passato, della continuità, della memoria e delle gerarchie culturali, unita a una velocità inconcepibile: questi sono gli elementi determinanti della cultura del karaoke”.

Una diagnosi impietosa con cui è facile non essere d’accordo: meglio pensare che si tratti invece di un semplice gesto pacificatore, e augurarci così di cantare, magari di stonare, su qualche spiaggia o in qualche festa, durante l’estate, impugnando il microfono del karaoke.






