Società
Censura e dintorni

Il potere dell’insinuazione

Tra accuse implicite e significati presunti, il potere esercita spesso la sua forma più efficace di censura: non colpisce ciò che viene detto, ma ciò che sostiene di leggere tra le righe

  • Oggi, 17:00
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Di: Mat Cavadini 

La censura raramente si presenta come divieto. Più spesso agisce insinuando che dietro una parola, un’immagine o un’opera si nasconda un significato inconfessabile. Non contesta ciò che viene detto, ma ciò che si presume venga detto. Il sospetto prende il posto della prova.

È un meccanismo antico quanto il potere. Se si condanna un’affermazione esplicita, occorrono argomenti. Se invece si attribuisce all’autore un’intenzione nascosta, la discussione diventa quasi impossibile. Non si giudicano più le parole, ma le presunte intenzioni di chi le pronuncia.

L’Unione Sovietica ne fece un’arte di governo. Scrittori e artisti venivano accusati non per aver criticato apertamente il regime, ma per il carattere “oggettivamente ostile” delle loro opere. Nella Germania nazista, molte opere bollate come “arte degenerata” non contenevano alcun attacco esplicito al potere: erano semplicemente considerate portatrici di uno spirito incompatibile con l’ideologia dominante. Durante il maccartismo americano, bastavano una frequentazione, una firma o una simpatia attribuita per essere esclusi dalla vita pubblica.

L’arte è particolarmente vulnerabile a questa logica perché vive di simboli, metafore e ambiguità. Quando il potere pretende di stabilire il significato corretto di un’opera, l’artista non risponde più di ciò che ha creato, ma di ciò che altri sostengono di avervi letto.

Anche le democrazie contemporanee non sono immuni. Nel dibattito su Israele e Palestina, l’accusa di antisemitismo svolge talvolta questa funzione. È naturalmente doveroso combattere senza esitazioni ogni forma di odio antiebraico. Ma diversi governi israeliani hanno promosso negli anni una definizione sempre più estesa del fenomeno, fino a includervi, in alcuni contesti, critiche radicali al sionismo o alle politiche dello Stato d’Israele. Il risultato è che la discussione si sposta spesso dalle argomentazioni alle intenzioni attribuite. Non importa più tanto ciò che viene detto, quanto ciò che si sospetta venga sottinteso.

È una dinamica pericolosa perché genera autocensura. Se il confine tra critica legittima e colpa morale dipende dall’interpretazione di chi ascolta, il silenzio diventa la scelta più sicura. Non servono proibizioni. Basta la possibilità di essere accusati.

La libertà d’espressione entra in crisi proprio in questo passaggio. Quando il potere si arroga il diritto di conoscere il significato nascosto delle parole altrui, il dibattito cessa di essere un confronto tra idee e diventa un processo alle intenzioni. E contro un’intenzione attribuita è quasi impossibile difendersi. Ogni censura moderna comincia così: non vietando le parole, ma pretendendo di sapere cosa nascondono.

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RSI Grandi Doc 15.07.2026, 05:00

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