Il nostro filosofo di riferimento, Snoopy, una volta ha detto: “Visto che è domenica mi avvalgo della facoltà di non svegliarmi”. E sì, è vero, nel nostro immaginario la domenica è fatta di cuscini caldi, corpi che si rigirano, stanze da letto illuminate dal sole già alto. Sveglie che non suonano. ma non per tutti è così. Chi è genitore di un adolescente lo sa. Non ha neanche bisogno di controllare il calendario. La domenica è quel giorno in cui, verso le dieci, hai letto tutti i giornali, preso la prima colazione, la seconda, hai pulito la cucina, portato a spasso il cane, magari anche votato e scambiato quattro chiacchiere con quelli che sono in giro con la carrozzina e i figli pronti per il riposino di metà mattina. La domenica è quel giorno in cui verso le dieci ti viene l’irrefrenabile impulso di passare l’aspirapolvere nella camera di tuo figlio. E in fondo, a pensarci bene, non è neanche perché il mattino ha l’oro in bocca, non te ne importa nulla di pigliare i pesci, tu non sei mai andato a pescare. La domenica è il giorno in cui prendi atto che tuo figlio può dormire per tredici ore filate e tu no. È il giorno in cui prendi atto che quei capelli bianchi che ti sono spuntati sono le ore di sonno che non dormirai mai più. E non sei neanche stanco. Mentre loro sono esattamente come eri tu. Possono dormire per ore, alzarsi, mangiare mezzo chilo di pasta al tonno e poi tornare a dormire. E hanno sempre la scusa pronta. Perché devono studiare. E tu lo sai benissimo che non è vero, che metteranno le cuffie sulle orecchie, si butteranno sul letto e passeranno il pomeriggio a isolarsi completamente da tutto quello che ti riguarda. Venti minuti di Tiktok, cinquanta di Instagram, un paio di puntate della serie su Netflix, poi Spotify.
Accendere o non accendere l’aspirapolvere è dunque il dubbio amletico del nostro tempo. Sapendo già che la risposta, qualunque essa sia, non cancellerà il tempo che passa.
La domenica tira fuori il meglio di noi. Pensate a tutta la voglia, l’eroismo quasi, che dimostrano quelli che la domenica la sfruttano per la gita fuori porta. O ancora di più, per la pedalata in montagna. Gente che tira fuori dai cassetti pantaloncini aderenti e magliette traspiranti gialle, manco avessero vinto il tour de France, scarpe a punta da infilare nei pedali della bicicletta da corsa. Sono i ciclisti della domenica.
“Della domenica” insomma è il complemento di specificazione più sprezzante che esista. Oltre ai ciclisti ci sono i calciatori, i turisti, i pittori della domenica, i cantanti, i cuochi. In una parola i dilettanti. Che poi è stranissimo, perché se ci si pensa sono tra i pochi che fanno le cose, appunto, per diletto, perché piace a loro e non perché ne sono costretti. E allora subito ti viene in mente che la grande arte nasce proprio dai dilettanti, da quelli cioè che hanno superato i limiti, fatto cose senza che glielo chiedesse nessuno. La poesia italiana nasce di domenica, i gruppi rock nascono di domenica, perché questo è il giorno in cui il tempo si allunga e tu hai la possibilità di sperimentare. Cucini il gigôt d’agnello con le patate, dipingi un autoritratto tipo Munch, suoni la fisarmonica, conquisti la vetta del monte Sainte-Victoire.
Eppure, anche se tu stesso sei un dilettante della domenica, diventi una bestia se, verso le 12, 12.30, quando stai andando all’ennesimo pranzo familiare e sei in ritardo tattico, ti ritrovi davanti al parabrezza sette ciclisti che vanno, appaiati, a venti all’ora. Abbassi il finestrino e urli: “Turisti!”. Perché domenica sarà sempre domenica, ma tutto ha un limite. E la domenica, a pensarci bene, tira fuori il peggio di noi.
Leopardi l’aveva capito subito, anche prima di partecipare a uno qualsiasi dei pranzi domenicali di Federico Fellini. Quelli nei quali ti accorgi che la famiglia in cui sei nato è impresentabile, ma soprattutto una gabbia da cui è impossibile praticare l’esodo, perché una volta è il compleanno, l’altra è un pezzo che non ci vediamo, l’altra ancora l’anniversario di nozze, ed ecco che sai quando ti siedi a tavola ma non quando ti rialzerai. Bisogna insomma prendere atto che la scansione del tempo come l’abbiamo noi umani, con i giorni della settimana che ritornano, lunedì, martedì, mercoledì, è un’invenzione terribile. Perché c’è la domenica. Prova a immaginare un mondo in cui non c’è mai un giorno che si chiama nello stesso modo. Un mondo in cui le feste non sono scandite dall’eterno ritorno di qualcosa, ma soprattutto non sono sempre nello stesso giorno. No, Leopardi l’aveva capito subito, il giorno di festa ha inventato l’attesa. Che è come vivere aspettando la morte. Trascorri la settimana in attesa del fine settimana. Che poi diventa, più in largo, lavorare tutto l’anno per aspettare l’estate, che è una iperdomenica, una festa afosa e allargata, piena di vorrei fare, vedere scoprire. E settembre diventa un lunedì dilatato.
Pensi domenica e vedi un divano. Grigio, verde, poco importa. Vedi un divano e un frigorifero aperto, come nei film americani prima del me too energetico. E adesso eccoti lì, a dare un senso al tavolino da salotto, quello troppo basso per poterci mangiare, troppo di vetro per appoggiarci i piedi, troppo ricolmo di libri e riviste per poterci mettere il telecomando. Tu sei sdraiato su un fianco e pilucchi cibo spazzatura, guardando il televisore e il vuoto.
Tutto, si sa, è cominciato di lunedì. Dio ha detto questo, ha fatto quello. Per poi riposarsi al settimo giorno. E da lì in un modo o nell’altro le cose sono iniziate. È per questo che molto probabilmente il mondo finirà di domenica. Per un fatto di logica narrativa. E allora ecco spiegato perché è diventato quasi obbligatorio allungare il sabato il più possibile, e vantarsi di aver fatto le ore piccole, di aver vissuto la serata più lunga e divertente del mondo. Ristorante, cinema, discoteca, tutto all in, in una notte, raggrumato disperatamente. Solo per la paura della domenica, che potrebbe essere l’ultimo giorno della vita di tutti. Ti svegli e senti una cappa strana, un peso, un malessere persistente. Trascorri più tempo possibile sul divano, parola d’ordine no. In attesa che arrivi la sera, quando si apre un nuovo capitolo, quello del count down, sei stanco di essere stanco, ma anche, da qualche parte e sottilmente, sei felice di essere sopravvissuto un’altra volta.




