James Baldwin è stato una delle voci più lucide e radicali del Novecento. Scrittore, saggista, attivista, ha raccontato l’America da una posizione scomoda: quella di un uomo nero e omosessuale cresciuto ad Harlem, in un Paese che gli chiedeva di essere grato mentre lo escludeva. I suoi libri e i suoi interventi pubblici hanno accompagnato le battaglie per i diritti civili, spesso anticipandone il linguaggio e le domande. Baldwin non guidava cortei, ma sapeva dare parole al conflitto: parole che ancora oggi risuonano.
Nel 1951 lascia gli Stati Uniti. Non per fuga romantica, ma per necessità. L’America lo soffoca, la violenza razziale è una minaccia costante, la scrittura non trova spazio. A Parigi incontra il pittore svizzero Lucien Happersberger, che diventerà il suo amante e lo inviterà a Leukerbad, nel Canton Vallese. È così che Baldwin arriva in Svizzera: per amore, per stanchezza, per cercare un altrove dove poter respirare.
Leukerbad, allora, è un villaggio di montagna che vive nel ritmo lento delle terme e delle stagioni. Case di legno, neve, silenzi che non sono assenza di suono ma un modo diverso di ascoltare. Per molti abitanti, Baldwin è la prima persona nera mai vista. I bambini lo seguono, lo toccano, ridono. Gli adulti osservano con una curiosità che non è ancora ostilità, ma nemmeno neutralità. Baldwin registra tutto: gli sguardi, le esitazioni, le distanze. Capisce che quel sentirsi “fuori posto” è un’occasione per vedere meglio.
In questo paesaggio sospeso, conclude il suo primo romanzo, Go Tell It on the Mountain, un libro che rielabora la sua infanzia ad Harlem e la violenza religiosa che l’ha segnata. La distanza geografica gli permette di guardare la propria storia con una chiarezza nuova. Scrivere da Leukerbad significa tornare a casa senza doverci rientrare davvero.
Ma è con l’essay Stranger in the Village che la Svizzera entra nella geografia della storia nera. Baldwin parte da un’esperienza concreta: essere l’unico uomo nero in un villaggio bianco. Non è uno straniero come gli altri. È lo straniero assoluto, il corpo che interrompe l’abitudine. Da qui nasce una delle sue intuizioni più potenti: gli abitanti di Leukerbad, anche i più umili, appartengono — che lo sappiano o no — alla tradizione culturale che ha definito l’Occidente. “Non possono essere stranieri in nessun luogo del mondo”, scrive. Sono eredi di Dante, Shakespeare, Michelangelo. Lui no. Non perché non li conosca, ma perché la storia gli ha negato il diritto di riconoscersi in quella genealogia.
Leukerbad diventa così un laboratorio. Un luogo che si immagina remoto, ma che in realtà è profondamente connesso alle strutture di potere dell’Occidente. Baldwin vede come il razzismo non si manifesti solo in insulti o violenze esplicite, ma negli oggetti, nei gesti, nelle abitudini: una scatola per la carità con la caricatura di una persona nera, un carnevale che si diverte con il blackface. Piccoli dettagli che rivelano una storia più grande.
La Svizzera, pur senza colonie proprie, non è fuori da questo quadro. Il caffè, lo zucchero, il cacao, il cotone: merci che arrivano da secoli attraverso rotte costruite sulla schiavitù. L’economia, la scienza, la finanza: settori che hanno beneficiato di un ordine mondiale diseguale. Baldwin lo intuisce con una chiarezza glocal: partendo da un villaggio alpino, parla dell’intero Occidente.
Stranger in the Village non è solo un testo sul razzismo americano. È un testo sul razzismo come struttura globale. Dieci anni prima del discorso I Have a Dream, Baldwin denuncia la supremazia bianca non come un’opinione, ma come un sistema di potere che attraversa continenti, lingue, istituzioni. E lo fa da un luogo che si percepisce neutrale, innocente, ai margini. È questo il paradosso: la Svizzera, con la sua immagine di isola pacifica, diventa per Baldwin lo specchio perfetto per mostrare che nessuno è davvero fuori dalla storia.
Nel silenzio di Leukerbad, Baldwin ha trovato le parole per dirci che il razzismo non è un incidente, ma un’eredità. E che nessuno — né lui, né il villaggio, né la Svizzera, né noi — può dirsi davvero estraneo a questa storia.
Scappando dalla “prigione maschile”
Alphaville 02.08.2024, 11:30
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