Società

La firma negata: storie di artiste nascoste al mondo

Per secoli opere firmate da donne sono state attribuite a uomini. Oggi una nuova lettura del passato riscrive il canone

  • Oggi, 10:00
Trionfo di Bacco, Michaelina Woutiers
Di:  Emanuela Musto 

Per secoli la storia dell’arte ha parlato con una voce sola. Maschile, radicata, autorevole, che decideva cosa fosse degno di memoria e cosa no. A farne le spese sono state soprattutto le donne, spesso relegate ai margini, altre volte cancellate del tutto. Non per mancanza di talento, ma per un sistema che non prevedeva la loro presenza. Oggi, mentre musei e studiosi rimettono mano agli archivi, emergono storie che ribaltano certezze considerate intoccabili.

Trionfo di Bacco, Michaelina Woutiers

La vicenda più emblematica è quella di Michaelina Wautier, pittrice fiamminga del Seicento. Per decenni la sua tela monumentale The Triumph of Bacchus è rimasta nascosta nei depositi del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Troppo grande, troppo ambiziosa, troppo “virile” per essere stata dipinta da una donna, dicevano gli esperti. Così l’opera venne attribuita a uomini, spesso al fratello Charles, come se la sola idea che una donna potesse padroneggiare anatomie, prospettive e scene complesse fosse un’eresia estetica. Solo negli anni Novanta, grazie a nuove analisi, il quadro ha ritrovato la sua vera autrice.

Self Portrait come Santa Caterina di Alexandria (c1615-17) di Artemisia Gentileschi

Non è un caso isolato. La storia dell’arte è costellata di firme scomparse, cancellate o sostituite. Artemisia Gentileschi, oggi celebrata come una delle voci più potenti del Barocco, ha visto alcune sue opere attribuite a colleghi uomini fino a tempi recentissimi. Altre artiste, meno fortunate, non hanno ancora recuperato il proprio nome. E non si tratta solo di errori: spesso era la struttura stessa del mondo artistico a impedire alle donne di emergere. Non potevano accedere alle accademie, non potevano studiare il nudo, non potevano firmare contratti senza un tutore. In molti casi, non potevano nemmeno firmare i propri quadri.

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"Susanna e i vecchioni", Artemisia Gentileschi, esposto a Palazzo Braschi

Artemisia Gentileschi al Museo Jacquemart-André

Alphaville 05.06.2025, 11:45

  • Keystone
  • Mario Fabio

La riscoperta di queste artiste non è solo un atto di giustizia storica. È un modo per rimettere in discussione il canone, per capire come il potere – culturale, economico, simbolico – abbia modellato ciò che consideriamo “arte”. Ogni attribuzione corretta è una crepa nel racconto ufficiale, un invito a guardare oltre la superficie. E a chiederci quante altre storie siano ancora sepolte nei depositi dei musei, negli archivi privati, nelle collezioni dimenticate. Oggi, mostre e ricerche stanno riportando alla luce queste voci sommerse. Non si tratta di riscrivere la storia, ma di completarla. Di restituire spazio a chi non l’ha mai avuto. Di riconoscere che il talento non ha genere, anche se per secoli qualcuno ha fatto finta di non accorgersene.

La domanda, ora, è un’altra: cosa succede quando finalmente ascoltiamo tutte le voci? Forse scopriamo che la storia dell’arte non è un monologo, ma un coro. E che alcune delle sue note più luminose erano lì da sempre, solo che nessuno aveva voluto sentirle.

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