Il cuore del libro Leandro Manfrini e Tiziano Terzani. Inviati speciali in guerra e pace (Villadiseriane, 2026) di Giuseppe Zois pulsa dentro una scena minuscola e gigantesca allo stesso tempo: Vietnam, pochi chilometri da Saigon. Leandro Manfrini e Tiziano Terzani stanno intervistando un giovane sopravvissuto al napalm. Attorno a loro, un paesaggio devastato. Manfrini, cercando spazio, spezza un ramo che gli intralcia il passo. Terzani lo fulmina: «Ma qui è tutto rotto e tu gli spezzi ancora un ramo. La dice lunga sul tuo modo di rispettare le cose, gli uomini, i piccoli valori che restano nella vita».
In quell’istante, minuscolo e irripetibile, si condensa un’intera etica professionale: anche nella distruzione più totale, il rispetto per ciò che resta è un dovere. È la lezione che Manfrini porterà con sé per tutta la vita, e che Zois rimette al centro del suo volume.
Da questo episodio si dipana il racconto di un sodalizio lungo oltre trentacinque anni, nato negli anni Settanta e alimentato da viaggi, rischi condivisi e un’idea comune di giornalismo: esserci. Terzani, inviato di Der Spiegel, e Manfrini, volto centrale della televisione ticinese, non raccontavano da lontano. Vivevano i luoghi, respiravano l’aria dei conflitti, ascoltavano le voci senza filtri. Zois, intervistato in Prima Ora definisce questo approccio «giornalismo di campo»: un modo di lavorare che oggi appare quasi anacronistico, schiacciato da un’informazione mediata da schermi, algoritmi e distanza emotiva.
Intervista a Tiziano Terzani
RSI Cultura 15.10.1987, 01:00
Tra gli episodi più intensi ricordati nel libro c’è l’ultimo incontro pubblico tra i due, a Lugano nel febbraio 2002, durante la presentazione di Lettere contro la guerra. La sala non basta a contenere il pubblico, l’atmosfera è carica, quasi festosa. Zois lo descrive così: «Quell’incontro non è solo una presentazione letteraria, ma una celebrazione dell’amicizia, della convivialità e di un certo modo di intendere il giornalismo: un mestiere vissuto sul campo, a contatto diretto con la realtà, spesso in condizioni estreme». È il ritratto di un legame che supera la professione e diventa testimonianza di un modo di stare nel mondo.
Il libro di Giuseppe Zois è anche un atto di memoria in un tempo che dimentica in fretta. Pubblicato molti anni dopo la scomparsa dei protagonisti, risponde a un’urgenza: ricordare due giornalisti che hanno incarnato un’etica oggi sempre più rara. «Non si trattava solo di raccontare i fatti, ma di cogliere le storie, le emozioni, le contraddizioni delle persone coinvolte. Anche sotto le bombe, riuscivano a trovare e a restituire frammenti di umanità». È questa la loro eredità più preziosa: la certezza che il giornalismo, quando è vissuto con presenza, rischio e rispetto, può ancora illuminare il mondo.
Zois non celebra solo due figure straordinarie: ci invita a riflettere su ciò che resta del giornalismo quando si spengono i riflettori della cronaca veloce. E ci ricorda che, senza memoria, nessun mestiere — e nessuna democrazia — può davvero sopravvivere.
Tiziano Terzani: il kamikaze della pace
RSI Cultura 21.04.2002, 02:00





