Distopie contemporanee

Quando il presente diventa una serie tv (scritta male)

Tra notizie “straordinarie” a ciclo continuo e fragilità emotiva, la nostra epoca assomiglia sempre più a un telefilm che non concede tregua. E ci costringe a guardare, come succedeva al protagonista di Arancia Meccanica di Burgess

  • Un'ora fa
Alex DeLarge (Malcolm McDowell) in Arancia Meccanica

Alex DeLarge (Malcolm McDowell) in Arancia Meccanica

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Di: Paolo di Paolo/Kappa/EBo 

Viviamo in un tempo che ha smarrito ogni prevedibilità. Paolo Di Paolo, riflettendo sul nostro rapporto quotidiano con le notizie e l’attualità, propone un’immagine potente: il presente come una serie TV avvincente ma angosciante, dove ogni giorno porta un episodio nuovo e imprevedibile. Una serie che, però, non possiamo interrompere. Il mondo sembra premere costantemente sul pulsante «Continua a guardare» e noi rimaniamo incollati allo schermo dell’informazione, incapaci di staccare lo sguardo.

Il punto non è che la storia, un tempo, fosse rassicurante. In realtà non lo è mai stata. Ma esisteva certamente un ritmo: il telegiornale della sera, le edizioni straordinarie rare, persino il tempo dell’attesa della notizia. Oggi ogni minuto dà l’impressione di essere quasi un’edizione straordinaria, ogni notifica promette un nuovo sviluppo “di trama”, spesso contraddetto pochi istanti dopo. Viviamo in una condizione di allarme costante, come se il mondo fosse una trama in continua riscrittura. L’attacco che temiamo nella notte può svanire al mattino, per poi riaffacciarsi sotto forma di un’altra minaccia, altrettanto improvvisa.

L’attualità di questo sentimento di spaesamento emerge con forza se guardiamo, ad esempio, ai post di Donald Trump sui social: dichiarazioni minacciose e improvvise, come il recente messaggio pasquale carico di toni bellicosi contro l’Iran. Se dovessimo interpretare la realtà attraverso questo flusso frammentato e contraddittorio, finiremmo per non capirci nulla: ogni post ribalta il precedente, alimentando l’impressione di vivere davvero dentro una serie televisiva (con una sceneggiatura di bassissima qualità).

Questa accelerazione produce un effetto profondo: erode la nostra capacità di costruire un minimo di sicurezza negli immediati dintorni del presente. Non tanto nel futuro — che è per definizione incerto — ma nel qui e ora. È un mutamento del «regime emotivo», come lo definisce Di Paolo. Una vulnerabilità che tocca tutti, anche chi lavora con gli strumenti della cultura, dello sguardo più disteso. Oggi sembra quasi grottesco occuparsi di libri, teatro, bellezza. Eppure proprio in tempi tragici, nella storia, la cultura è stata un’ancora, una membrana sottile ma essenziale tra noi e il caos.

Adam Zagajewski, poeta polacco, invitava a «cantare il mondo mutilato» per riconoscere ciò che ancora pulsa di vita. È un gesto di resistenza emotiva. Oggi, al contrario, rischiamo di essere come il protagonista di Arancia Meccanica, con gli occhi spalancati a forza di fronte a un flusso interminabile di atrocità.

Trovare un varco diventa allora un atto di cura. Significa concedersi la possibilità, anche solo per un po’, di togliere quelle «mollette dagli occhi» e rivolgere lo sguardo altrove: alla bellezza, alla complessità non violenta del mondo, a ciò che nutre e non consuma. Non per ignoranza o fuga, ma per equilibrio. Perché nessuna serie può essere guardata senza tregua — e la vita, a differenza di una piattaforma, non offre il tasto Pausa, se non glielo costruiamo noi.

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Il presente come Serie TV: l’angoscia dell’incertezza quotidiana

Kappa e Spalla 08.04.2026, 18:15

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  • Marco Pagani

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