Società

Porci con le ali

La rivoluzione sessuale e politica promessa dagli anni Settanta sembra ancora incompiuta: Lidia Ravera torna a ricordarci quanto abbiamo cambiato — e quanto ostinatamente continua a non cambiare

  • Oggi, 08:00
"Porci con le ali", adattamento cinematografico di Paolo Pietrangeli

"Porci con le ali", adattamento cinematografico di Paolo Pietrangeli

Di: Alphaville/Mat 

Cinquant’anni fa Porci con le ali esplose come una molotov editoriale in un’Italia che ancora si vergognava del proprio corpo. Era il 1976, e l’Italia che si preparava a votare sul divorzio e a discutere di aborto si ritrovò tra le mani un diario sessuo‑politico scritto da due adolescenti, Rocco e Antonia, che parlavano di desiderio, militanza, gelosia, orgasmi mancati e rivoluzione. Un libro nato come “libello”, come lo definisce oggi Lidia Ravera, e che invece divenne il romanzo di formazione di un’intera generazione.

Ravera, al microfono di Sandra Sain in Alphaville, ricorda quel successo come un trauma inatteso: «All’inizio bruttissimo, perché io il successo non lo volevo… mi dava anche un parecchio fastidio». Non era un’icona, non voleva esserlo, e soprattutto non voleva essere incasellata. Eppure Porci con le ali la incasellò eccome: nella cultura borghese come simbolo di liberazione, nella sinistra extraparlamentare come traditrice. I “compagnucci” non gliela perdonarono: troppo sesso, troppo poco marxismo. Troppa carne, troppo poca linea politica.

11:13
"Rocco e Antonia. Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti" di di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, Bompiani (dettaglio di copertina)

Quando i porci avevano le ali

Alphaville 19.03.2026, 11:45

  • bompiani.it
  • Sandra Sain

Eppure quel libro nasceva da un’inchiesta nelle scuole romane. Ragazzi che credevano ancora che l’omosessualità fosse una malattia, che confondevano emancipazione con pornografia, che non avevano parole per dire il desiderio. «Scoprimmo che i ragazzini ancora pensavano che l’omosessualità era una malattia e decidemmo di fare questo libello», racconta Ravera. Un gesto politico, prima ancora che letterario.

Oggi, mezzo secolo dopo, Porci con le ali continua a vendere, a scandalizzare, a essere citato e frainteso. Ma soprattutto continua a ricordarci che la rivoluzione sessuale non è mai davvero finita. Perché se gli anni Settanta furono, come dice Ravera, «anni meravigliosi, gli anni del femminismo… anni pieni di illusione di farcela», il presente sembra aver tradito molte di quelle illusioni.

La parità? Una promessa a metà. La libertà sessuale? Spesso confusa con consumo. Il patriarcato? Ravera dichiara senza mezzi termini: «per adesso lo considero inamovibile». E come darle torto, in una società dove una donna che invecchia è “scaduta” e un uomo che invecchia è “affascinante”? Dove la gelosia è ancora scambiata per amore, e la violenza di genere è un’emergenza quotidiana? Dove la politica si vanta di avere una donna al comando, ma non si interroga sul fatto che quella donna governa con categorie e linguaggi ancora profondamente maschili?

La verità è che Porci con le ali ci mette davanti a una domanda scomoda: cosa resta oggi della liberazione sessuale? Forse solo un archivio di slogan, qualche poster sbiadito, e un libro che continua a ricordarci quanto siamo rimasti indietro. Perché la rivoluzione non era fare l’amore senza permesso, ma cambiare i rapporti di potere. E su quello, siamo ancora fermi.

Ravera, intanto, continua a scrivere, a smontare cliché. Riedita romanzi per ragazze, produce serie sull’ageismo, parla di vecchiaia come frontiera politica. Non ha smesso di essere femminista, non ha smesso di credere che la letteratura possa cambiare qualcosa. E forse è questo il vero lascito di Porci con le ali: non la nostalgia di un’epoca, ma la responsabilità di non accontentarsi.

Cinquant’anni dopo, la domanda non è se quel libro sia ancora attuale. La domanda è perché lo sia ancora così tanto.

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