Società

Oltre la Rowling: la battaglia che sta riscrivendo il femminismo

Il movimento femminista è diviso su una domanda cruciale: come includere le persone trans e cosa significa oggi “donna”. Una frattura interna che oppone biologia e identità di genere e ridisegna il cuore stesso del movimento

  • Oggi, 08:00
J.K.Rowling
Di:  Emanuela Musto 

Da qualche anno una frattura attraversa il femminismo: come includere le persone trans e cosa significa, oggi, la parola “donna”. Non è uno scontro tra femministe e “altri”, ma un conflitto interno, tra una corrente che difende il sesso biologico come base dell’esperienza femminile e un’altra (o meglio altre) che ritengono centrale l’identità di genere. Due visioni che nascono entrambe dal desiderio di proteggere diritti e libertà delle donne, ma che ormai faticano persino a riconoscersi. È qui, in questa spaccatura interna, che il femminismo sta vivendo la sua crisi più profonda.

La vicenda di J.K. Rowling ha agito come un detonatore. Quando l’autrice di Harry Potter ha iniziato a criticare alcuni aspetti dell’attivismo trans — in particolare l’idea che l’identità di genere possa sostituire il sesso biologico nelle definizioni giuridiche — il dibattito è esploso oltre le nicchie. Rowling è diventata, a seconda dello sguardo, paladina della libertà di parola o emblema della transfobia. Ma ridurre tutto alla sua figura significa ignorare il nodo centrale: il conflitto era già lì, e riguarda la definizione stessa di “donna”, la sua portata politica, il suo statuto materiale.

Per il femminismo gender critical il sesso resta una categoria politica imprescindibile. Le donne condividerebbero una condizione materiale legata al corpo: la violenza maschile, la disparità economica, la maternità, la sessualizzazione, la vulnerabilità fisica. Eliminare il riferimento al sesso significherebbe dissolvere il soggetto storico del femminismo. Il transfemminismo, al contrario, considera questa posizione insufficiente e potenzialmente escludente: l’identità di genere non sarebbe un dettaglio psicologico, ma una dimensione reale dell’esperienza umana. Definire la donna solo attraverso la biologia riprodurrebbe quell’essenzialismo che il femminismo ha cercato di smantellare per decenni.

La particolarità di questo scontro è che entrambe le parti parlano il linguaggio dell’emancipazione. Entrambe denunciano discriminazioni. Entrambe si percepiscono come movimenti per i diritti. Eppure si accusano a vicenda di perpetuare forme di violenza e oppressione. Non sorprende che qualcuno abbia parlato di “guerra civile del femminismo”: una definizione forse estrema, ma non del tutto impropria.

Ma la ragione per cui questa frattura conta davvero è che il dibattito sulle identità trans è diventato il luogo in cui si condensano alcune delle grandi domande politiche del presente: chi decide il significato delle parole? La biologia ha ancora un’autorità simbolica? I diritti possono entrare in conflitto? Qual è il rapporto tra esperienza soggettiva e realtà materiale?

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Non è un caso che il corpo sia il terreno più incandescente. Lo sport femminile è diventato un campo di battaglia simbolico: inclusione e tutela della competizione vengono presentate come esigenze entrambe legittime ma difficili da conciliare. Lo stesso accade nelle carceri, nei centri antiviolenza, nel linguaggio amministrativo, nella medicina, nella scuola. Ogni ambito diventa un test di stress per categorie che sembravano solide e oggi appaiono fragili.

Un paradosso complica ulteriormente il quadro. In diversi paesi alcune femministe gender critical si sono ritrovate, almeno tatticamente, vicine a movimenti conservatori e anti‑gender su temi come la transizione dei minori o la definizione giuridica del sesso. È un cortocircuito storico notevole: movimenti nati contro il conservatorismo finiscono per condividere, almeno in parte, alcune battaglie con la destra culturale. Per molti attivisti queer è la prova della deriva reazionaria del TERFismo; per le femministe radicali è la conseguenza di una sinistra che avrebbe abbandonato la materialità del corpo in favore di una politica puramente identitaria.

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  • Keystone
  • Sabrina Pisu

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