Società

È arrivata la Barbie autistica

La prima Barbie autistica riaccende il dibattito sulla rappresentazione della neurodivergenza: tra inclusione, marketing e rischi di semplificazione, la sfida resta ascoltare davvero le comunità coinvolte

  • Oggi, 08:00
Barbie Autistica
  • Imago; Copyright: Mattel
Di:  Emanuela Musto 

Secondo un report dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2021 una persona su 127 nel mondo rientra nello Spettro del Disturbo Autistico (ASD): circa l’1,5% della popolazione globale, con una prevalenza maggiore tra i maschi. Numeri che raccontano una realtà ampia, complessa e ancora troppo spesso confinata ai margini del discorso pubblico.

In questo scenario si inserisce la nuova mossa della Mattel, che negli ultimi anni ha trasformato Barbie in un laboratorio di rappresentazioni: sindrome di Down, vitiligine, disabilità motorie, cecità. Una strategia che dal 2019 ha ridisegnato l’immaginario della bambola più famosa del mondo, cercando di allinearla a un’idea di inclusività sempre più richiesta dal mercato e dalla società. L’ultima arrivata è la prima Barbie autistica, lanciata pochi giorni fa. Un’uscita che segue di pochi mesi quella della Barbie con diabete di tipo 1 e che, come le precedenti, nasce da una collaborazione con realtà specializzate: in questo caso l’Autistic Self Advocacy Network, organizzazione no profit guidata da persone autistiche.

La bambola presenta alcuni tratti pensati per evocare esperienze comuni a parte della comunità neurodivergente: lo sguardo leggermente decentrato, a suggerire la difficoltà di mantenere il contatto visivo; gomiti e polsi più flessibili, che richiamano il flapping, gesto che per molte persone autistiche è un modo di regolare stimoli ed emozioni; uno spinner antistress e un tablet con simboli di comunicazione aumentativa, entrambi rigorosamente rosa. A completare il set, le cuffie con cancellazione del rumore, accessorio che rimanda al sovraccarico sensoriale.

«Barbie ha sempre cercato di riflettere il mondo che i bambini vedono e le possibilità che immaginano», ha dichiarato Jamie Cygielman, responsabile globale del marchio, presentando la nuova bambola come un ulteriore passo nel percorso di rappresentazione intrapreso dall’azienda.

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La nuova Barbie autistica di Mattel

Barbie e l’ampliamento della linea

Kappa in libertà 15.01.2026, 17:50

  • Keystone
  • Sandra Sain

Eppure, come spesso accade quando si parla di identità e mercato, le reazioni non sono state univoche. Sui social molti utenti hanno criticato la scelta, accusando Mattel di trasformare l’autismo in un’estetica, un accessorio, un’etichetta da esporre sugli scaffali. La pagina Autismo in movimento ha sintetizzato così il malessere di una parte della comunità: l’autismo «non è un simbolo da esporre» e operazioni di questo tipo «non nascono per tutelare le persone autistiche, ma per vendere». Anche il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti ha definito l’iniziativa «scorrettissima», accusando la bambola di edulcorare la realtà e, paradossalmente, di irrigidire gli stereotipi invece di scardinarli.

Dall’altra parte, non sono mancate voci più caute. Jolanta Lasota, direttrice dell’organizzazione britannica Ambitious about Autism, ha ricordato che «qualsiasi Barbie può essere reimmaginata come autistica, perché l’autismo non ha un look». Eppure, aggiunge, «la rappresentazione resta uno strumento potente»: vedere un frammento della propria esperienza riflesso in un oggetto iconico può generare riconoscimento, orgoglio, possibilità.

È evidente che Mattel non agisce per filantropia. L’ampliamento della linea inclusiva risponde anche – e forse soprattutto – a logiche di mercato. Ma questo non esaurisce la questione. Perché ogni tentativo di rappresentare la neurodivergenza, soprattutto quando passa attraverso un prodotto di massa, apre un territorio fragile: quello in cui si incontrano desiderio di visibilità, rischio di semplificazione, necessità di ascolto delle comunità coinvolte.

Resta allora una domanda, che nessuna bambola può sciogliere da sola: esiste davvero un modo “corretto” di rappresentare l’autismo, o la sfida sta proprio nel riconoscere che ogni rappresentazione è solo un frammento, una possibilità, un inizio di conversazione più che una risposta definitiva?

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