Siamo diventati bravissimi a parlare di emozioni, ma sempre più incapaci di sentirle. Le nominiamo come si etichettano le cartelle di un archivio: ansia, stress, entusiasmo, tristezza. Una tassonomia minima, povera, che non rende giustizia alla complessità di ciò che ci attraversa. È come se avessimo ridotto l’intera gamma dei colori a quattro tinte primarie, pretendendo che bastino a raccontare l’intero spettro della nostra interiorità.
Come ricordava il grande fenomenologo francese Merleau‑Ponty, «il linguaggio non è il rivestimento del pensiero, ma il suo corpo»: se il corpo è rigido, anche il pensiero lo diventa. E con esso, ciò che proviamo.
Il paradosso è che viviamo in un’epoca che pretende trasparenza emotiva, autenticità, esposizione continua del sé. Ma l’intimità non nasce dalla quantità di ciò che riveliamo, bensì dalla precisione con cui riusciamo a dire ciò che ci abita. E qui inciampiamo: non abbiamo più le parole. O meglio, abbiamo parole troppo larghe, troppo consumate, incapaci di restituire le sfumature. Così ci ritroviamo a chiamare “ansia” ciò che è inquietudine, “tristezza” ciò che è nostalgia, “rabbia” ciò che è frustrazione. Una semplificazione che ci impoverisce, perché ciò che non sappiamo nominare non lo sappiamo nemmeno condividere.
Forse è per questo che molte relazioni oggi sembrano fragili: non perché siamo diventati più vulnerabili, ma perché non riusciamo più a farci capire, per mancanza di linguaggio. L’emozione resta lì, sospesa, come un segnale disturbato che non trova la sua frequenza. E quando non trova la sua frequenza, si trasforma in rumore. Un rumore che ci accompagna ovunque, che ci stanca, che ci isola. Del resto, come diceva María Zambrano: «la parola è il luogo dove l’anima prende forma». E se la parola manca, l’anima resta informe, impronunciata.
La verità è che avremmo bisogno di un lessico nuovo. Non per moda, ma per necessità. Perché la nostra vita emotiva è fatta di gradazioni. E ogni gradazione meriterebbe un nome, non tanto per incasellarle, ma per liberarle. Perché dare un nome significa riconoscere, e riconoscere significa poter trasformare.
In fondo, la maturità emotiva consiste nel riuscire a dire ciò che sentiamo. A dirlo bene. A dirlo con la precisione che merita. Forse il compito che ci attende è proprio questo: ricostruire un linguaggio che sia all’altezza della nostra complessità. Non per complicare la vita, ma per renderla più abitabile. Perché senza le parole giuste, anche le emozioni più vere rischiano di restare mute. E una vita emotivamente muta è una vita che non riesce più a toccare né a farsi toccare.
Forse è tempo di inventare nuove parole. Ecco allora, per quel che mi riguarda: sottopellezza, interlume, microtremito. A voi, i vostri – e chissà che da questo piccolo lessico immaginario non nasca un nuovo modo di nominare ciò che ancora non sappiamo dire.
Guardare la manosfera negli occhi
Alphaville 09.04.2026, 11:45
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