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Parole

Vecchi, anziani o senior?

Le parole hanno una data di scadenza. Ogni generazione crede di trovare il termine più indicato, più rispettoso, fino all’arrivo della generazione successiva, che lo trova imbarazzante e lo cambia

  • Oggi, 15:00
Johnny Knoxville in "Bad Grandpa", 2013

Johnny Knoxville in "Bad Grandpa", 2013

  • IMAGO / Mary Evans
Di: Mat Cavadini 

C’è una piccola illusione che coltiviamo con ostinazione: che esista, da qualche parte, la parola giusta. Pulita, definitiva, capace di dire senza ferire. La cerchiamo soprattutto quando parliamo degli altri – di chi è più esposto, più fragile – come se bastasse un termine corretto per risolvere anche il nostro disagio.

Non funziona così. Il destino delle parole è assomigliare a noi: si sporcano vivendo.

All’inizio tutto sembra semplice. Si introduce un termine nuovo, più rispettoso. “Spazzino” diventa “netturbino”, poi “operatore ecologico”. “Bidello” diventa “collaboratore scolastico”. “Vecchi” diventa “anziani”, poi “terza età”, poi “senior”. Persino la povertà cambia nome: “poveri”, poi “indigenti”, poi “persone in difficoltà economica”. E il “welfare” si trasforma in “sussidi”, “misure”, o sigle tecniche di qualche tipo.

Ogni passaggio promette di togliere un’ombra. Per un po’ funziona: la parola è leggera, quasi neutra. Poi, lentamente, si carica. Viene usata male, ironizzata, normalizzata. E perde quella promessa iniziale. Così si riparte.

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Politicamente corretto

Laser 11.11.2024, 09:00

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  • Franco Brevini

Ogni volta il movimento è lo stesso: alleggerire, rispettare, aggiustare. E ogni volta il risultato è temporaneo. Perché il problema non è la parola. Le parole non sono etichette neutre: assorbono il modo in cui le usiamo. Se una società guarda con sospetto chi riceve un aiuto, quel sospetto finirà dentro qualsiasi termine scelga. Se c’è imbarazzo verso certe condizioni, quell’imbarazzo prima o poi affiorerà nel lessico. Non è il termine a diventare offensivo. È lo sguardo che lo abita.

Per questo cambiare parole è più facile che cambiare mentalità. E, in fondo, è proprio quello che facciamo: spostiamo il linguaggio in avanti sperando che il pensiero segua. A volte succede. Più spesso, il pensiero arriva dopo e si riprende la parola.

Il punto non è smettere di cambiarle. È capire cosa stiamo facendo quando lo facciamo. Se è una forma di attenzione, va bene, anzi è opportuna: evitare termini logori o discriminanti significa non accettarne passivamente il carico di disprezzo o superficialità. Se invece è una scorciatoia, un maquillage superficiale, allora vale la pena ricordare che non basta dire meglio per pensare meglio.

Il linguaggio, in questo senso, somiglia più a un termometro che a una cura. Segnala, registra. Non risolve. Quando una parola smette di funzionare, non è perché abbiamo esagerato con le sensibilità: è perché qualcosa sotto continua a essere irrisolto.

Non esiste la parola definitiva. Esistono parole che funzionano per un po’. Poi si consumano, e tocca a noi ricominciare. Perché la realtà è più resistente di qualsiasi vocabolario. Le parole non salveranno il mondo. Ma ci diranno, ogni volta che cambiano, dove il mondo non è ancora cambiato abbastanza.

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  • Cristina Artoni

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