Società

Viaggio a Petra

Le ombre nel deserto

  • 02.11.2022, 10:27
  • 31.08.2023, 11:55
Terrazze con tombe, (II sec. a.C. - I sec. d.C.) - Petra.jpg
Di: Valerio Abate 

Una montagna di arenaria, una facciata quadrangolare e una porta scavata nella roccia. La tomba nabatea non ha bisogno d’altro. E nonostante le numerose contaminazioni formali, i fregi a scalini siriani, le figure e le colonne greco-romane, nonostante la forza del gusto ellenistico, anche le tombe più monumentali conservano questi tre elementi; e quello che più di tutti rimane indifferente al variare di stile e dimensione, è sempre la soglia che dà accesso all’interno della montagna, al luogo del morto. Sono centinaia e centinaia le porte nelle rocce, e tutte con una soglia tanto forte da separare l’interno della terra dal resto del mondo.

Una città che possiede un’arte funeraria così florida, che si circonda delle tombe dei re e della gente dedicando loro la più attenta cura formale, conquista il proprio ordinamento. Come nei culti più arcaici, presso i nabatei a volte il culto degli dèi e il culto degli antenati sembrano confondersi, ma non credo sia questo sapere a rendere la soglia di queste tombe così tangibile, né il fatto che il loro interno porti un secolare tanfo di urina d’asino e d’umano anziché odore d’incenso, si tratta piuttosto di una distinzione cromatica, netta, di quella nettezza che solo il sole del deserto può dare, perché ogni nero d’ombra al di là del deserto è addolcito da nebbie, da velature.

Tombe (I sec. a.C. - I sec. d.C.) - Piccola Petra.jpg

A differenza delle tombe siriane di epoca ellenistica, quelle di Petra non sono costruzioni, ma sculture. E l’arte nabatea ignora la scultura a tutto tondo: sono maestri dell’alto rilievo, non solo perché la montagna fa il resto, ma perché forse avevano capito che la tomba è uno schermo che separa la vita dalla morte, così come è anche il luogo stabilito per il loro incontro. Allora basta la facciata, l’incavo e la soglia.

Eppure erano così colorate – rossi, azzurri, ocra, e le lesene e le colonne, i capitelli a volute così distintivi dei nabatei; un’esplosione di ricchezza formale, di vita stimolata dal continuo contatto con l’Oriente e l’Occidente, dall’andare e venire delle carovane, che da Petra partivano e a Petra tornavano attraversando l’entrata nascosta e solenne del Siq, ingresso che nessuna porta romana avrebbe eguagliato, perché al posto di pensare una porta per un impero millenario, là sta un corridoio grandioso la cui eleganza è data non solo dalla gola rossa modellata dall’acqua di milioni di anni, ma dal fatto di aver scelto un’entrata naturalmente trionfale che insinua nella città; un camminamento che fa maturare la natura della capitale nabatea in chi lo percorre.

Due cose sono prepotentemente presenti a Petra, anche se si è in pieno deserto, anche se l’una non si vede e l’altra sembra ritrarsi: l’acqua e l’ombra. Dove non c’è più nulla di superfluo, nelle tracce brilla l’essenziale – gole, acquedotti, dighe, cisterne, rocce scavate e levigate dalle mani e dalle piogge, i monti, le tombe. Credo che se non si vede questo non si può nemmeno vedere l’arte nabatea. E nel Siq c’è tutto, prima ancora di raggiungere la città. Il Siq è il luogo intermedio. In Europa il confine cittadino si dà col bosco, nella penisola araba si dà col deserto – anche se in entrambi i casi il cuore della città è ora il bosco e ora il deserto. E se la radura nella selva si fa luogo adatto all’arrivo di un dio, nel deserto questo avviene nel siq, che accoglie l’acqua e l’ombra, Allat e Dhu-shara, il Signore della montagna.

La randagia

La randagia alla Tomba del Palazzo (I-II sec. d.C.) - Petra.jpg

Siamo solo in due, seduti ai piedi della così nominata “Tomba del palazzo”, la più grande delle tombe reali. In lontananza, più in basso, una cagna nera e snella ci studia (punta ai nostri panini?). Non passa molto che ce la ritroviamo accanto. Quindi le do il mio panino, e dopo averlo mangiato si sdraia vicino a noi. Forse avrei dovuto pensarci prima: siamo nel deserto, sicuramente ha sete. Mi arrangio con un sacchetto di plastica per versarle dell’acqua, la beve tutta, verso ancora e ancora fino a dissetarla. Allora succede che la randagia si allontana, ci guarda, poi cammina diretta verso la seconda porta centrale della tomba – non la più grande, ma la seconda – sale i resti dei gradini scavati nell’arenaria e si ferma sulla soglia; non entra, fissa il buio nella tomba per diverso tempo, prima di girarsi e andarsene. Io e la mia compagna ci guardiamo commossi. Senza dire una parola, in quel momento, abbiamo capito che l’offerta è stata accolta.

L’altro Siq
Oggi il sito di Petra ha una natura ambigua: da un lato si è parzialmente attrezzato per il turismo di massa, dall’altra è abitato da persone che, restando, hanno riadattato la loro economia ai flussi turistici. Alcuni beduini hanno dispiegato bancarelle per vendere le pietre del sito e i soliti souvenir, altri tornano a raccattare turisti stanchi a dorso d’asino guardando video su TikTok, altri ancora presidiano passaggi sulle rocce per condurre, dietro compenso, i turisti ai punti panoramici – là dove altri hanno montato tende nomadi offrendo ristoro. Qui i bambini parlano inglese non perché l’hanno imparato a scuola, ma per via di un connaturato spirito mercantile, che con tutta probabilità risale agli antichi carovanieri. Alcuni beduini invece se ne stanno in disparte, fuori dalle zone più frequentate, occupandosi d’altro.

Lontano dal vociare degli altri turisti e dei beduini, nella non bazzicata necropoli di Mughr an-Nasarah, si sente soltanto l’abbaio minaccioso di qualche randagio (nemmeno alle 6:30 Petra era così desolata). Siamo a più di due ore di cammino dall’entrata principale. Il sito chiude alle 18:00, il sole tramonta alle 18:25, e ora sono circa le 17:00. Cavalcando un asino ci raggiunge un giovane beduino vestito di nero, credendoci dispersi. Ci consiglia di proseguire per un sentiero nella direzione opposta da cui siamo venuti e attraversare una gola per arrivare all’ingresso di Petra, oppure tornare da dove siamo venuti. La scorciatoia ci avrebbe fatto risparmiare un’ora e mezza. Proseguendo per la via scopriamo tombe nabatee abitate, chiuse con porte di fortuna, un pastore con delle capre e un bivio... A sinistra una gola molto ampia da cui veniva il pastore e a destra una gola angusta, più simile al Siq. Ci addentriamo nella gola stretta – spesso non più larga di cinquanta centimetri – scoprendo numerose nicchie scolpite. Un vicolo cieco.

Stanchi e delusi, sulla via del ritorno il giovane beduino ci vede e ci raggiunge nuovamente: ci chiede se non abbiamo trovato il “siq”. Vuole farci strada; noi dobbiamo decidere se fidarci o meno. Lo seguiamo. Lega l’asino fuori dalla gola e ci entra. Percorriamo le pareti fino a dove il passaggio sembrava interrompersi, ma arrampicandosi e curvando scopriamo che la gola continua. Incerti sulle sue intenzioni ci presentiamo: lui ci racconta che quattro anni fa si poteva prendere l’acqua dalla cima delle rocce (a sei o sette metri da dove siamo noi), questo è un periodo secco e loro attraversano questo siq quasi ogni giorno. Infatti là dove c’è un ostacolo hanno posto una lunga scala a pioli. Una volta saliti ci dice di proseguire da soli, rassicurandoci che di lì la strada è una e facile. In venticinque minuti saremmo arrivati all’ingresso di Petra, passando, verso la fine, per un “dark canyon”.

Grotta a nord dell'ingresso principale di Petra.jpg

Dopo aver ringraziato il nostro amico, proseguiamo comunque dubbiosi per la gola. Il cielo è ancora chiaro, ma il sole è dietro le montagne. Nessuno sa dove siamo, e nemmeno noi. Seguiamo il letto di ghiaia del vecchio torrente domandandoci se l’idea di fidarci sia stata saggia o meno e se e quando avremmo trovato la parte che il giovane beduino (di cui purtroppo ho dimenticato il nome) chiama “dark canyon”. Le rocce si fanno più scure, a tratti nerastre: deve essere questo, pensiamo. Più fiduciosi avanziamo – ormai sono passati venti minuti, dovremmo esserci. Mi fermo. Inquietato, sorrido divertito dall’idea di vedere l’espressione della mia compagna quando si accorgerà di ciò ho visto. Le dico: «Ecco cosa intendeva con “dark canyon”». In fondo alla gola si apre un’enorme grotta, nerissima. Non ci sono altre vie, o si passa di lì o si torna indietro. Allora, dopo una risata nervosa condivisa, estraggo temerario la mia torcia frontale e la indosso. Ci appropinquiamo al buco nero e alle sue cupe promesse, ricordando però la randagia e la libagione che abbiamo versato – Dhu-shara dovrebbe aver gradito la nostra presenza, ci diciamo, ma speriamo non troppo da volerci tenere lì per sempre... Una volta sulla soglia della grotta vediamo subito l’uscita, che fortuna, la galleria è breve!

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