Nelle guerre del nostro tempo la città non è più soltanto lo scenario del conflitto: ne è il cuore vulnerabile, il punto in cui potere, memoria e vita civile convergono in una densità senza equivalenti. Là dove un tempo si parlava di assedi, oggi si parla di qualcosa di più radicale: l’annientamento deliberato dell’urbano come forma di vita.
Il filosofo, scrittore e urbanista Paul Virilio lo aveva intuito descrivendo una “strategia anti‑città”: una logica che considera la metropoli non un ostacolo, ma un obiettivo privilegiato, perché nel tessuto urbano si concentra ciò che definisce una comunità. Fu poi nel pieno delle guerre balcaniche che Bogdan Bogdanović – architetto e politico serbo – avvertì l’urgenza di dare un nome a questa violenza: “urbicidio”. Con questo termine indicò non soltanto la distruzione architettonica, ma la soppressione della città come organismo simbolico, la cancellazione del suo mosaico umano, della continuità delle sue strade e dei suoi riti quotidiani. Sarajevo, Mostar, Vukovar non sono dunque mere macerie fisiche, ma testimonianze di un tentativo di estirpare la memoria stessa di una polis.
Urbicidio
Alphaville 06.11.2024, 11:30
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A questa lettura si affianca la voce di Francesco Chiodelli (intervenuto ad Alphaville), che chiarisce come oggi siamo di fronte a una trasformazione irreversibile:
Il rapporto tra città e guerra esiste da sempre, ma negli ultimi decenni è diventato strutturale.
Francesco Chiodelli, Professore di Geografia economica e politica all’Università di Torino, autore del libro ‘Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana’ Ed. Bollati Boringhieri (2026).
Parole che illuminano la centralità dello spazio urbano nei conflitti contemporanei: l’urbanizzazione globale, che concentra la maggior parte della popolazione nei centri abitati, rende la città un nodo vitale e quindi un bersaglio fragile; e la natura degli eserciti contemporanei – più piccoli, più tecnologici, impossibilitati a conquistare rapidamente grandi territori – trasforma ogni conflitto in una guerra millimetrica, condotta “strada per strada, edificio per edificio”.
È una guerra che si muove verticalmente e orizzontalmente: sopra, dentro e sotto la città. Droni, sistemi di sorveglianza, algoritmi di selezione dei bersagli sorvolano distretti e quartieri; parallelamente riaffiorano tecniche arcaiche, come i bulldozer blindati che aprono corridoi tra gli edifici o il varco forzato nei muri contigui per avanzare al riparo dal fuoco. Nel frattempo, lo spazio urbano si sbriciola come organismo funzionale: acqua intermittente, elettricità interrotta, rifiuti che si accumulano fino a far regredire la città a un’epoca premoderna.
Un frangente osservato direttamente per anni da Laura Silvia Battaglia (ospite sempre ad Alphaville) che ha seguito in prima linea la guerra nello spazio urbano del Medio Oriente. La sua testimonianza introduce una verità spesso ignorata:
La distruzione visibile è solo la prima fase: la guerra urbana produce anche un lento collasso dei servizi fondamentali.
Laura Silvia Battaglia, Giornalista e documentarista, reporter in aree di crisi, collaboratrice RSI e conduttrice e autrice per Rai Radio 3
È infatti nella progressiva disgregazione dell’organismo urbano – più che nelle esplosioni – che la città rischia davvero di morire. Il patrimonio culturale diventa così un fronte particolarmente esposto: città antiche come ad esempio Sana’a, capitale dello Yemen e città storica protetta dall’UNESCO, soffrono non solo l’urto delle bombe ma anche la sospensione della cura e il degrado silenzioso che segue ogni conflitto. Eppure gli interventi d’emergenza, il restauro, l’impiego di manodopera locale mostrano che preservare il patrimonio significa conservare la dignità di una comunità e offrirle un punto da cui ripartire.

Yemen, l'analisi
Telegiornale 16.03.2025, 20:00
Parlare di urbicidio, oggi, significa allora riconoscere anzitutto una doppia verità. Da un lato, la guerra alle città è la forma più perfida del conflitto contemporaneo, perché mira a cancellare non solo la vita, ma ciò che le dà un senso: la trama delle relazioni, il paesaggio delle memorie. Dall’altro lato, la resilienza dell’urbano – confermata tanto dalle analisi di Chiodelli quanto dalle cronache di Battaglia – dimostra che la città, anche ferita a morte, trova nel proprio passato e nel proprio intreccio di storie l’impulso per rinascere. Non rinasce identica: rinasce possibile.
La città non è infatti un semplice insieme di pietre: è un patto tra generazioni. Anche quando le armi tentano di spezzarlo, quel patto sopravvive nella volontà collettiva di ricostruire, di restituire continuità allo spazio condiviso. Perché finché esiste una città che rialza la testa, esiste anche una comunità capace di pensarsi oltre la rovina. Ed è proprio lì, in quel gesto collettivo di ricostruzione, che l’urbicidio trova la sua più tenace smentita.





